Rilevamento delle impronte digitali

Il rilevamento delle impronte digitali sulla scena del crimine una tecnica investigativa che è di ausilio a restringere il numero di sospettati e, nel migliore dei casi, ad identificare il colpevole.

La tecnica è considerata affidabile in quanto le impronte digitali sono immutabili quindi non cambiano nel corso della vita e sono uniche nel senso che sono caratteristiche di un unico individuo e fu usata per la prima volta nel 1905 da Scotland Yard per identificare l’assassino di un delitto.

Un’impronta digitale è una traccia lasciata dai dermatoglifi ovvero l’alternarsi di solchi e creste cutanei che, assumendo forme e rapporti reciproci diversi, disegnano figure di vario tipo.

Quando viene toccato un oggetto il sudore secreto dai polpastrelli viene depositato sulla superficie dello stesso.

Le impronte digitali possono essere:

1)       Visibili quando sono dovute al contatto di un oggetto sporco o impolverato o quando la mano che tocca l’oggetto è sporca e in tal caso basta fotografare l’impronta e confrontarla con altre

2)      Modellate quando l’oggetto costituito ad esempio da cera, argilla, colla o pece si lascia imprimere e, anche in questo caso, l’impronta è già definita

3)      Latenti che si formano per effetto della sudorazione, non sono visibili ad occhio nudo e sono le più difficili da rilevare

Per il rilevamento di tali impronte si deve quindi ricorrere a un metodo che possa evidenziarle.

Vengono quindi utilizzate tecniche ottiche, fisiche e chimiche e, in genere, si ottengono migliori risultati abbinando una sequenza logica di tecniche.

La prima tecnica adoperata è quella ottica in quanto non è distruttiva e valorizza i risultati ottenuti con i metodi fisici e chimici.

Si passa poi ad altri metodi come quello delle polveri che è il meno recente e risale alla fine del XIX secolo ed è particolarmente adatto per impronte lasciate su superfici opache come vetro, plastica, ceramica e altri materiali sintetici.

Il principio su cui si basa questo metodo è l’adsorbimento della polvere sulle sostanze presenti nelle impronte digitali. Le polveri sono costituite da sostanze finemente suddivise che vengono distribuite con un pennello e aderiscono all’umidità o alle sostanze grasse presenti rendendole visibili. Esse sono costituite da una miscela di pigmenti come carbonio sotto forma di grafite, alluminio, zinco, disolfuro di molibdeno o rame e da un legante come gomma arabica, colofonia o polvere di ferro.

Un’alternativa alla polvere, risalente alla fine degli anni ’80 del secolo scorso, è costituita da una sospensione contenente ossido di ferro sotto forma di Fe3O4 che risulta tuttavia poco adatto a impronte lasciate su superfici non porose.

E’ quindi stata superata da un sospensione di violetto di genziana di colore verde avente formula C24H28N3Cl e più recentemente da biossido di titanio di colore bianco.

Un metodo chimico per il rilevamento delle impronte che risale al 1950 consiste nell’utilizzo della ninidrina o 2,2-diidrossi-1,3-diossoidrindene che è un indicatore altamente selettivo per il rilevamento degli amminoacidi  con gruppo amminico primario.

ninidrina

Nel 1910 il chimico tedesco Siegfried Ruhemann scoprì che dalla reazione tra reazione la ninidrina e amminoacidi si ottiene un composto di colore viola detto porpora di Ruhemann.

Il sudore che si deposita contiene circa 250 nanogrammi di amminoacidi per impronta e possono essere visualizzato spruzzando sulla superficie la ninidrina. In presenza di luce e di ossigeno tale colore tende a degradarsi pertanto è necessario fotografare l’immagine.

Il substrato trattato con ninidrina viene riscaldato a 80°C con un’umidità relativa del 65%. In queste condizioni la reazione avviene entro 20 minuti ma la porpora di Ruhemann non è fluorescente pertanto il reperto deve essere trattato con cloruro di zinco che lo rende fluorescente.

La ninidrina non è l’unico composto che reagisce con gli amminoacidi infatti al suo posto può essere usato anche l’1,8-diazofluoren-9-one noto come DFO usato dal 1990

1,8-Diazafluoren-9-one

Questo composto reagendo con gli amminoacidi forma composti altamente fluorescenti  che sono visibili quando illuminati con luce di lunghezza d’onda tra il blu e il verde.

In alternativa può essere usato l’1,3-indandione che mostra caratteristiche sia della ninidrina che dell’1,8-diazofluoren-9-one in quanto dà luogo alla formazione di prodotti rosa ma fluorescenti

1,3-indandione

Un altro metodo per visualizzare le impronte digitali consiste nell’uso di cianoacrilati tipiche molecole usate negli adesivi.

La scoperta fu fatta per caso da un team di ricercatori giapponesi nel 1982 mentre, nell’ambito delle loro ricerche sui cianoacrilati, notarono impronte digitali visibili su una cappa esposta ai fumi di tale composto a causa della polimerizzazione che avviene a contatto con il residuo acquoso delle impronte formando un deposito bianco.

Tale tecnica è particolarmente efficace su superfici non porose ed in particolare su resine polimeriche come fogli di polietilene e di plastica in genere. Le impronte rilevate possono essere rese più evidenti con l’uso di coloranti come l’ ardox 185  è costituito da soda caustica e sostanze organiche e giallo basico 40 che producono fluorescenza.

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Author: Chimicamo

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