Insetticidi: aspetti tecnici, economici ed evoluzione dei mezzi di intervento

Gli effetti dannosi dovuti agli insetti ( riduzione quantitativa e qualitativa della produzione agricola, trasmissione di malattie dell’uomo e degli animali domestici, fastidio arrecato all’uomo)  sono funzione della densità della popolazione degli insetti stessi. Il livello della densità fluttua in dipendenza delle condizioni ambientali, della disponibilità di alimento e della presenza di altre specie concorrenti. La lotta ha per obiettivo il contenimento di tale livello – nelle sue fluttuazioni – al di sotto della soglia economica, obiettivo realizzabile con interventi tempestivi sul tasso di moltiplicazione o di sopravvivenza degli insetti, dei quali si può provocare l’allontanamento o impedire l’accesso alle aree da proteggere. Per soglia economica si intende quel livello di densità al di sotto del quale il costo della difesa è superiore al danno evitato. I mezzi di intervento possono essere:

  1. Colturali o agronomici: pratiche che creano condizioni sfavorevoli all’insetto, come lavorazioni del terreno, rotazioni, distruzione dei residui delle colture
  2. Fisici : alte temperature, radiazioni, trappole luminose
  3. Meccanici: reti protettive, barriere
  4. Biologici: introduzione di specie concorrenti, parassiti, predatori, microrganismi patogeni
  5. Chimici : uso di sostanze atte a respingere  (repellenti), attrarre in trappole  (attrattivi), a rendere inappetenti (fagoinibitori) a sterilizzare (chemiosterilizzanti), o, infine, a uccidere gli insetti (insetticidi).

Per quanto sia ovvia la prevalenza , per immediatezza di risultati e faciltà di impiego, degli insetticidi su tutti gli altri mezzi, il loro impiego esclusivo è raramente la soluzione ottimale, la quale invece consiste spesso in una combinazione di più mezzi di intervento, richiede una scelta di modalità, e comporta previsioni e quantizzazioni sul comportamento delle specie da combattere e delle specie con esse concorrenti, sulle condizioni ambientali, sugli effetti dei mezzi impiegati. La conduzione della lotta insetticida richiede pertanto una preparazione tecnica e, in molti casi, l’esistenza di un’organizzazione tra più operatori, per coordinare gli interventi e per fornire ai singoli mezzi di rilevazione e di previsione. La produzione industriale degli insetticidi costituisce, attualmente, assieme agli altri antiparassitari ( fungicidi, erbicidi) un settore importante della chimica fine, caratterizzato da una pressante esigenza di costante adeguamento all’evoluzione delle esigenze di mercato e, quindi da elevati costi per ricerca e sviluppo. Mezzi rudimentali, meccanici e colturali, secondariamente anche chimici ( estratti vegetali, zolfo ecc.) sono stati impiegati fin dai tempi remoti. Tuttavia solo con l’industrializzazione dell’agricoltura, cui è conseguita una maggiore frequenza e intensità degli attacchi dei fitofagi, con l’evoluzione delle conoscenze e con il preoccupante divario tra disponibilità di alimenti e incremento demografico, la lotta agli insetti è divenuta una costante dell’attività agricola e della convivenza sociale. La crescente disponibilità di mezzi chimici hanno spostato le scelte dei mezzi di intervento a favore di insetticidi organici di sintesi che hanno di fatto soppiantato quelli inorganici e quelli organici di origine naturale. Ricerche sistematiche di insetticidi persistenti, iniziate nel 1935 da Muller in Basilea, portarono nel 1949 alla scoperta della sorprendente attività del DDT (para-dicorofeniltricloroetano) che venne usato nel 1939 per sconfiggere la malaria e che valsero l’attribuzione del Premio Nobel per la medicina al suo scopritore nel 1948. Il DDT fu adottato infatti per combattere la zanzara anofele, responsabile della diffusione della malaria, perché si credeva che, sebbene tossico per gli insetti, fosse innocuo per l’uomo. Solo nel 1959 la Food and Drug Administration dichiarò che con ogni probabilità i rischi potenziali del DDT eraqno stati sottovalutati e nel 1972 l’uso del DDT venne vietato negli Stati Uniti e nel 1978 anche in Italia. Pressoché parallelamente venivano sviluppati il gammaesano, un esano esaclorurato di cui esistono molti isomeri di cui il più famoso è il lindano 1,2,3,4,5,6 esaclorocicloesano che è una neurotossina, e i clorurati ciclodienici, superiori al DDT per efficacia e altrettanto persistenti. A questi, grazie agli studi di Schrader, iniziati in Germania nel 1935, si aggiunsero i fosforati organici o esteri fosforici che, per la varietà delle possibilità d’impiego e la minore stabilità nell’ambiente e negli organismi, consentirono risultati di migliore efficacia con minori controindicazioni di tipo ecologico; l’attività di ricerca in questo campo non è ancora esaurita, grazie alla versatilità delle sintesi. Negli anni ’50 si affermarono i primi carbammati, composti organici caratterizzati dalla presenza di un gruppo amminico, anche sostituito legato ad un gruppo estereo. Il legame caratteristico  che identifica tali composti  è quindi –NH(CO)O- e formalmente i carbammati possono essere considerati esteri dell’acido carbammico di formula NH2COOH. Frattanto, al criterio di intervenire per ridurre i danni di infestazioni già in atto si sostituiva quello di prevenirle, fissando calendari di lotta, zona per zona. Questo modo di operare appariva come una forma di assicurazione contro i danni imprevisti, ma non si tardò a comprendere l’irrazionalità di tale criterio e furono studiati mezzi di previsione, valorizzando il sistema di soglia economica. A seguito della maggiore “sensibilità ecologica” dell’opinione pubblica le ricerche sono orientate verso la messa a punto di composti poco persistenti e poco tossici e sono stati proibiti molti impieghi della maggior parte dei derivati clorurati, giudicati eccessivamente stabili nell’ambiente.

 

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Author: Chimicamo

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