Diuretici e doping

Il doping consiste nell’uso di una o più sostanze atte a migliorare le prestazioni di un atleta il cui utilizzo è vietato, pena la squalifica, sia perché costituisce un’infrazione all’etica sportiva, sia perché può provocare danni gravissimi alla salute e, nei casi estremi alla morte.

Sebbene pare che sostanze dopanti siano state usate già nei tempi dell’antica Grecia è solo dal 1960 che furono studiate metodologie atte a scongiurare l’uso di sostanze dopanti e nel 1989 è stata creata l’agenzia internazionale WADA (World Anti-Doping Agency) per coordinare la lotta contro il doping nello sport.

Il compito della WADA è molto arduo per l’uso di sostanze sempre più sofisticate e per l’utilizzo di sostanze mascheranti infatti l’elenco delle sostanze vietate viene costantemente aggiornato.

Tra le varie specie classificate come doping e quindi vietate vi sono i diuretici. Questi ultimi sono farmaci utilizzati per stimolare la secrezione di acqua ed elettroliti, in particolare lo ione Na+, dai reni aumentando la produzione e conseguente escrezione di urina per scopi terapeutici nel caso di patologie tra cui l’ipertensione, insufficienza cardiaca, ritenzione  idrica, insufficienza renale.

I diuretici sono stati vietati agli sportivi nel 1988, in quanto possono essere utilizzati dagli atleti per due scopi principali. In primo luogo, la loro capacità di rimuovere l’acqua dal corpo può causare una rapida perdita di peso che può essere necessaria per rientrare in una categoria di peso negli eventi sportivi. In secondo luogo, essi possono essere utilizzati per mascherare la somministrazione di altri agenti dopanti riducendone la concentrazione nell’urina a causa dell’aumento di volume.

Nonostante il divieto nel 2008 i diuretici sono stati rilevati nel 7.9% dei casi di positività a sostanze proibite e negli ultimi anni il trend è andato aumentando sia a causa di un aumento degli abusi sia per le tecniche analitiche adoperate.

Esistono molte famiglie farmacologiche di diuretici che vengono classificati sulla base del loro meccanismo d’azione ma quello maggiormente rinvenuto nei casi di positività è l’idroclorotiazide

idroclorotiazide

La molecola fa parte dei tiazidici di cui è il capostipite la clorotiazide: essi hanno struttura benzotiadiazinica in cui è presente il gruppo sulfamidico H2NSO2– in posizione 7 e il cloro in posizione 6.

L’idroclorotiazide agisce a livello renale inibendo la capacità di quest’organo nel ritenere ione sodio ed acqua e viene

utilizzata nel trattamento degli stati edematosi sia associati a malattie sia epatiche che renali.

In una persona non affetta da patologie che assume tale sostanza quale dopante si possono verificare una serie di effetti dovuti principalmente ad anomalie idroelettrolitiche ed in particolare alla riduzione del volume del liquido extracellulare.

Quest’ultimo contiene elevate quantità di ioni sodio Na+, cloruro Cl e idrogenocarbonati HCO3 oltre che sostanze nutritive quali glucosio, amminoacidi e acidi grassi e la sua riduzione può portare a tachicardia, ipotensione, ipopotassiemia nonché a disturbi di tipo gastrointestinale e neurologico.

La WADA attualmente identifica la presenza di diuretici abbinando due tecniche analitiche ovvero la cromatografia liquida alla spettrometria di massa con l’auspicio che i controlli possano costituire un deterrente all’uso di sostanze nocive e proteggere il diritto fondamentale degli atleti a partecipare ad attività sportive libere dal doping e quindi promuovere la salute, la lealtà e l’uguaglianza di tutti gli atleti del mondo.

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Author: Chimicamo

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