Ecologia e Ambiente

Microplastica e danni all’ambiente: classificazione

il 10 Aprile 2017

7 minutes di lettura
Microplastica

La microplastica rappresenta oggi una delle minacce ambientali più diffuse e difficili da contrastare. Si tratta di minuscole particelle di materiale plastico, con dimensioni comprese tra un millimetro e un micrometro, che si accumulano ovunque: nei mari, nei fiumi, nei suoli e perfino nell’aria. La microplastica è il risultato della degradazione di rifiuti plastici più grandi, ma può anche derivare da prodotti di uso quotidiano come cosmetici, detergenti e tessuti sintetici.

Queste particelle, invisibili a occhio nudo, sono in grado di contaminare gli ecosistemi marini e terrestri, entrando nelle catene alimentari e raggiungendo persino l’uomo. La microplastica, inoltre, non è composta solo da materiale plastico: spesso trasporta sostanze chimiche tossiche impiegate nei processi industriali, aumentando il rischio per la salute e l’ambiente.

Le sostanze polimeriche che più comunemente vengono rinvenute nei mari sono il polietilene, il polipropilene, il polietilentereftalato, polistirene e il polivinilcloruro derivanti da bottiglie, contenitori, piatti, posate, bicchieri, pellicole, reti da pesca.

Le nazioni che contribuiscono a livello mondiale a inquinare le acque degli oceani con la plastica sono Cina, Filippine, Thailandia, Indonesia e Vietnam. Il Mediterraneo invece è maggiormente inquinato dalla Turchia.

Per smaltire la plastica occorrono da 100 a 1000 anni. Pertanto se non si pone un argine allo sversamento di queste sostanze in un tempo non troppo lungo, il mare, che per antonomasia è fonte di vita, diventerà un’enorme pattumiera.

Danni all’ambiente della microplastica

La presenza di microplastica negli ecosistemi marini e terrestri provoca una serie di danni profondi e difficili da mitigare. A causa delle dimensioni estremamente ridotte, queste particelle possono essere ingerite da una vasta gamma di organismi, dai microrganismi planctonici fino ai pesci, ai molluschi e ai grandi mammiferi marini. Questo fenomeno altera le catene alimentari e provoca squilibri ecologici che si ripercuotono sull’intero ecosistema.

Plastisphere un nuovo ecosistema marino
Plastisphere

Le microplastiche possono assorbire e trasportare inquinanti chimici persistenti come pesticidi, metalli pesanti e composti organici tossici. Una volta ingerite, rilasciano queste sostanze all’interno degli organismi, con effetti potenzialmente letali o comunque dannosi per la salute. Alcuni animali muoiono per soffocamento, ostruzione intestinale o malnutrizione, poiché scambiano la plastica per cibo e smettono di alimentarsi correttamente.

Ma il problema non riguarda solo gli animali: le microplastiche influenzano anche la qualità dell’acqua, il ciclo dei nutrienti e persino i processi di fotosintesi nelle alghe, riducendo l’ossigenazione delle acque. Nei suoli, queste particelle modificano la struttura e la permeabilità, con possibili effetti negativi sulla fertilità e sulla microfauna terrestre.

In sintesi, la microplastica non è un inquinante passivo: interagisce attivamente con gli ecosistemi, accumulando contaminanti e alterando funzioni biologiche essenziali, con conseguenze che possono diventare irreversibili.

Danni per la salute umana

L’impatto della microplastica non si limita agli ecosistemi: rappresenta una minaccia crescente anche per la salute umana. Le particelle di microplastica sono state ritrovate non solo negli oceani, ma anche nell’acqua potabile, nel sale marino, nell’aria e persino in alimenti di largo consumo come pesce, crostacei e molluschi. Questo significa che l’uomo entra quotidianamente in contatto con queste sostanze, principalmente attraverso la dieta e, in misura minore, tramite inalazione.

bisfenolo a
bisfenolo a

Il rischio non riguarda soltanto la plastica in sé, ma anche le sostanze chimiche che essa trasporta. Durante la produzione dei polimeri vengono utilizzati additivi pericolosi, come bisfenolo A (BPA), ftalati e idrocarburi policiclici aromatici, alcuni dei quali riconosciuti come interferenti endocrini e potenziali cancerogeni. Una volta ingerite, queste sostanze possono accumularsi nell’organismo (bioaccumulo) e alterare importanti funzioni biologiche, tra cui il sistema ormonale, il metabolismo e i processi riproduttivi.

Gli studi scientifici hanno già dimostrato la presenza di microplastiche nel sangue umano, nei polmoni e persino nella placenta, segnalando la capacità di queste particelle di superare le barriere biologiche e raggiungere organi vitali. Sebbene le ricerche siano ancora in corso, gli indizi indicano una possibile correlazione tra l’esposizione prolungata a microplastiche e patologie infiammatorie, disturbi immunitari e rischi oncologici.

Il problema è aggravato dal fatto che la degradazione naturale della microplastica è estremamente lenta, per cui l’esposizione è destinata a crescere se non verranno adottate misure efficaci per ridurne la diffusione.

Classificazione della microplastica

Le microplastiche non sono tutte uguali: si distinguono in base alla loro origine in primarie e secondarie.

Microplastiche primarie: sono prodotte intenzionalmente con dimensioni ridotte, inferiori a 5 mm, per essere utilizzate in vari prodotti di uso comune. Le troviamo, ad esempio, nei cosmetici (come scrub, dentifrici ed eyeliner), nei prodotti per la cura personale (saponi, shampoo, creme), nelle vernici e in alcune applicazioni industriali. Un’importante fonte di microplastiche primarie è anche il lavaggio dei tessuti sintetici, come poliestere o nylon, che rilascia microfibre nelle acque reflue.

Microplastiche secondarie: derivano dalla frammentazione di oggetti plastici più grandi, come bottiglie, sacchetti, reti da pesca o imballaggi, a seguito di processi di fotodegradazione, abrasione e agenti atmosferici. Nel tempo, queste macroplastiche si disgregano in particelle sempre più piccole fino a diventare microplastica, mantenendo però le stesse caratteristiche chimiche e tossicologiche.

Questa distinzione è fondamentale perché le microplastiche primarie sono più difficili da intercettare, essendo disperse già alla fonte, mentre quelle secondarie dipendono dalla gestione dei rifiuti e dai comportamenti umani.

Queste ultime sono sicuramente le più preoccupanti in quanto mentre quelle secondarie possono essere limitate sversando in mare una minore quantità di sostanze, le microplastiche primarie derivano da un numero pressoché illimitato di prodotti di uso quotidiano che vanno dai cosmetici come eyeliner e esfolianti ai prodotti per la cura personale quali saponi, shampoo, dentifrici e creme solari, ma anche dal lavaggio di capi di abbigliamento costituiti da fibre sintetiche.

Dal mare alla tavola

Il percorso della microplastica non si ferma nell’ambiente marino: attraverso la catena alimentare, queste particelle finiscono direttamente sulle nostre tavole. Tutto inizia dal plancton e da altri microrganismi acquatici che ingeriscono frammenti microscopici di plastica presenti nell’acqua. Successivamente, i pesci e i crostacei, nutrendosi di questi organismi contaminati, accumulano microplastiche nei loro tessuti. Lo stesso accade ai molluschi filtratori, come cozze e vongole, che rappresentano uno dei principali vettori di microplastiche verso l’uomo.

Quando questi prodotti ittici vengono consumati, le microplastiche entrano direttamente nel nostro organismo, insieme alle sostanze chimiche che trasportano. Non si tratta di quantità trascurabili: uno studio ha stimato che una persona possa ingerire decine di migliaia di particelle di plastica ogni anno attraverso cibo, acqua e aria. Sebbene le conseguenze a lungo termine siano ancora oggetto di ricerca, gli indizi indicano rischi per la salute legati al bioaccumulo e alla tossicità degli additivi chimici.

Questo fenomeno evidenzia un paradosso inquietante: ciò che l’uomo disperde nell’ambiente ritorna nel suo stesso piatto, chiudendo un ciclo di inquinamento che mette in pericolo la salute globale.

Soluzioni e alternative sostenibili

Contrastare l’inquinamento da microplastica richiede un approccio globale che combini innovazione tecnologica, politiche ambientali e cambiamenti nei comportamenti individuali. Le possibili strategie includono:

-Riduzione della produzione e dell’uso di plastica monouso, attraverso normative che ne limitino la diffusione e promuovano l’utilizzo di materiali alternativi. L’Unione Europea, ad esempio, ha già introdotto il divieto di alcuni prodotti in plastica monouso.

-Sviluppo di bioplastiche e materiali biodegradabili: queste alternative, realizzate da fonti rinnovabili come amido di mais o alghe, riducono il tempo di degradazione e l’impatto ambientale, sebbene non siano ancora prive di criticità legate alla produzione e allo smaltimento.

riciclo dei materiali
riciclo dei materiali

-Tecnologie di filtrazione e depurazione: l’installazione di sistemi avanzati nei depuratori e nei macchinari per il lavaggio dei tessuti sintetici (come filtri per microfibre) può ridurre significativamente il rilascio di particelle nell’ambiente.

Riciclo e economia circolare: potenziare la raccolta differenziata, il riciclo e il riuso dei materiali plastici è fondamentale per limitare la dispersione nell’ambiente.

-Educazione e consapevolezza: campagne di informazione possono indurre scelte più sostenibili da parte dei consumatori, come preferire imballaggi ecologici, ridurre l’uso di plastica e privilegiare prodotti certificati “microplastic-free”.

Solo attraverso l’integrazione di queste soluzioni sarà possibile ridurre in modo concreto l’impatto della microplastica e preservare la salute degli ecosistemi e dell’uomo.

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