Ecologia e Ambiente

Greenwashing

il 24 Settembre 2025

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greenwashing

Il greenwashing è una pratica sempre più diffusa e al tempo stesso ingannevole, che trova terreno fertile nel panorama del marketing odierno. Con questo termine si indica la strategia attraverso cui aziende, istituzioni o brand presentano ai consumatori un’immagine di responsabilità ambientale solo apparente, con l’obiettivo di sfruttare la crescente sensibilità verso i temi ecologici senza però adottare reali politiche sostenibili. Non a caso, viene talvolta definito anche “green sheen”, ossia una patina di verde che serve più a costruire un’immagine accattivante che a ridurre concretamente l’impatto ambientale.

Il fenomeno nasce in un contesto ben preciso: già dagli anni ’60 il settore alberghiero fornì un esempio lampante di questa tattica comunicativa. Nei bagni delle camere d’albergo comparvero cartelli che invitavano i clienti a riutilizzare gli asciugamani “per salvare l’ambiente”, una scelta che in realtà si traduceva soprattutto in un risparmio economico sui costi di lavanderia. Il termine vero e proprio venne poi coniato nel 1986 dall’ambientalista Jay Westerveld, che, durante un soggiorno nelle isole Fiji, denunciò l’incoerenza tra il messaggio “verde” degli hotel e la loro effettiva politica di espansione, spesso dannosa per gli ecosistemi locali.

Negli anni successivi, numerosi casi di greenwashing di alto profilo hanno attirato l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica. Negli anni ’80, ad esempio, la compagnia petrolifera Chevron lanciò la campagna “People Do”, in cui promuoveva la propria attenzione alla tutela della fauna selvatica, mentre allo stesso tempo era responsabile di sversamenti di petrolio e danni irreversibili agli ecosistemi. All’inizio degli anni 2000, la multinazionale dei combustibili fossili BP introdusse il concetto di “carbon footprint” (impronta di carbonio) tramite un calcolatore rivolto ai singoli consumatori, spostando così l’attenzione sulla responsabilità individuale e minimizzando il proprio ruolo, pur essendo tra i principali emettitori globali di gas serra.

Più recentemente, anche grandi aziende energetiche e industriali hanno tentato di rilanciarsi come paladine della sostenibilità, ricorrendo a strategie di rebranding, riconfezionamento o ridenominazione dei prodotti. Attraverso immagini naturali, colori verdi e claim suggestivi, i prodotti così “ripuliti” appaiono agli occhi dei consumatori più sani, più naturali, privi di sostanze chimiche o riciclabili, quando in realtà non vi è alcuna garanzia che rispettino davvero questi criteri.

Il greenwashing, quindi, non è soltanto una forma di pubblicità ingannevole, ma un vero e proprio ostacolo alla transizione ecologica, perché induce le persone a credere di compiere scelte sostenibili quando in realtà stanno solo alimentando strategie di marketing costruite ad arte.

Come le aziende costruiscono l’illusione del “verde”

Il greenwashing si manifesta spesso attraverso strategie comunicative sottili ma molto efficaci, capaci di condizionare le scelte dei consumatori. Tra le tecniche più comuni, spiccano l’uso di immagini, parole e simboli che evocano la natura e la sostenibilità, anche quando queste qualità non appartengono realmente al prodotto o all’azienda che lo propone.

etichette ingannevoli
greenwashing e etichette ingannevoli

Una prima tattica è quella dell’estetica naturalistica: alberi, foglie, animali o paesaggi incontaminati compaiono su confezioni e pubblicità, trasmettendo l’idea di un prodotto ecologico. In realtà, dietro questa facciata “verde” può celarsi un’impresa che non adotta politiche ambientali concrete o che addirittura contribuisce ad aggravare i problemi ecologici.

Accanto alle immagini, troviamo il ricorso a slogan e parole d’ordine ambientali come naturale, eco-friendly, sostenibile. Questi termini sono volutamente vaghi e non regolamentati, privi di un reale fondamento scientifico o legale. Il loro obiettivo è convincere i consumatori della bontà del prodotto, facendo leva su concetti suggestivi ma difficilmente verificabili.

In alcuni casi, queste espressioni vengono utilizzate per nascondere pratiche dannose. È il caso del cosiddetto riciclo chimico”, un termine che lascia intendere la trasformazione della plastica in nuovi materiali. Nella realtà, però, nella maggior parte dei casi indica la combustione della plastica per ricavare carburante, con conseguenti emissioni di gas serra che possono risultare persino più alte di quelle prodotte da centrali a combustibili fossili.

Non mancano poi etichette apparentemente rassicuranti, come “senza BPA”, che promettono maggiore sicurezza per la salute. Tuttavia, la rimozione di una sostanza incriminata non implica l’adozione di alternative innocue: spesso si tratta di quelle che gli esperti definiscono “sostituzioni deplorevoli”, ovvero il ricorso a composti chimici meno noti ma ugualmente tossici.

Un altro strumento frequente è l’uso del logo del riciclo o di diciture come “si prega di riciclare”, stampate in grande sui packaging. Questo stratagemma rafforza l’illusione di un prodotto sostenibile, anche quando il materiale in questione è difficile o impossibile da riciclare. Inoltre, l’impiego del simbolo non impone al produttore alcun obbligo concreto di ridurre i rifiuti o adottare pratiche circolari nella propria filiera.

In definitiva, le aziende che praticano greenwashing costruiscono una narrazione di sostenibilità apparente attraverso immagini evocative e affermazioni generiche. Si tratta di una vera e propria illusione del verde, capace di orientare i consumatori e rallentare il percorso verso una reale transizione ecologica.

I rischi e le conseguenze del greenwashing

Il greenwashing non è solo una questione di marketing ingannevole: rappresenta un fenomeno con ripercussioni concrete e profonde su più livelli – economico, sociale e ambientale.

Per i consumatori, il rischio principale è quello di essere tratti in inganno. Molte persone scelgono prodotti e servizi “verdi” nella convinzione di ridurre il proprio impatto ecologico, quando in realtà stanno alimentando un sistema che non produce benefici reali per l’ambiente. Questo genera frustrazione e sfiducia: scoprire che le proprie scelte sono state manipolate può minare la credibilità non solo delle aziende scorrette, ma anche di quelle realmente impegnate nella sostenibilità.

Per le aziende virtuose, infatti, il greenwashing rappresenta un ostacolo concreto. Le imprese che investono in processi più puliti, certificazioni ambientali e pratiche trasparenti si trovano spesso a competere con chi sfrutta solo l’immagine “green” senza assumersi i relativi costi. Ne deriva una forma di concorrenza sleale, che rischia di penalizzare chi lavora seriamente per un futuro più sostenibile.

Sul piano ambientale, le conseguenze sono ancora più gravi. Il greenwashing produce una illusione di progresso, rallentando la transizione ecologica: se i consumatori credono che esistano già soluzioni sostenibili diffuse, diminuisce la pressione sociale e politica verso un cambiamento reale. Di fatto, il tempo e le risorse che potrebbero essere destinati a innovazioni concrete vengono dirottati verso iniziative di facciata, mantenendo invariati i modelli produttivi più inquinanti.

C’è poi un rischio più sottile ma non meno importante: quello culturale. Il greenwashing contribuisce a diffondere un’idea superficiale e distorta della sostenibilità, ridotta a un semplice colore, a un logo o a uno slogan. In questo modo, concetti complessi come economia circolare, riduzione delle emissioni o gestione responsabile delle risorse vengono banalizzati, trasformandosi in etichette commerciali prive di sostanza.

In sintesi, il greenwashing non danneggia solo l’ambiente, ma anche la fiducia collettiva e il percorso verso una società più consapevole. Contrastarlo significa proteggere non soltanto il pianeta, ma anche la trasparenza del mercato e la responsabilità delle imprese

Come riconoscere il greenwashing

Per evitare di cadere nella trappola del greenwashing è fondamentale imparare a riconoscerne i segnali. Non sempre è semplice, perché le aziende che ricorrono a queste strategie comunicative sanno sfruttare bene immagini, colori e parole persuasive. Tuttavia, con un po’ di attenzione è possibile distinguere tra un messaggio autentico e una promessa ingannevole.

  1. Attenzione agli imballaggi “verdi”

Il colore verde è spesso usato come scorciatoia per evocare natura, ecologia e rispetto ambientale. È un espediente semplice ma efficace: un packaging verde può dare l’impressione di un prodotto sostenibile anche quando l’azienda non ha modificato in alcun modo le proprie pratiche produttive. Non bisogna quindi fermarsi all’aspetto estetico, ma indagare più a fondo.

  1. Controllare la composizione del prodotto

greenwashing e sostenibilità 
greenwashing e sostenibilità

Un altro elemento da osservare è la lista degli ingredienti o dei materiali. Spesso le confezioni mettono in risalto ciò che il prodotto non contiene – ad esempio “senza parabeni” o “senza siliconi” – per distrarre dall’attenzione su ciò che invece è presente. Nei cosmetici, ad esempio, è comune evidenziare la presenza di un singolo ingrediente naturale per far sembrare l’intera formula ecologica, anche se il resto della composizione include sostanze controverse.

  1. Diffidare delle etichette ecologiche fuorvianti

Le etichette ambientali sono spesso utilizzate come strumento di marketing. Alcune aziende creano marchi e loghi “fatti in casa” che dichiarano genericamente un prodotto come eco o green, senza alcun riconoscimento ufficiale. Questo può facilmente confondere i consumatori, che rischiano di scambiare un simbolo inventato per una certificazione indipendente.

È bene ricordare che la semplice presenza di una foglia verde, di un punto verde o di loghi dall’aspetto naturale non significa automaticamente che un prodotto faccia parte di un processo produttivo sostenibile. Per orientarsi in modo più sicuro, conviene informarsi sulle certificazioni riconosciute a livello internazionale, come ad esempio Ecolabel, FSC, Fairtrade o altri standard verificabili.

Cosmetici e greenwashing,

Non tutti gli ingredienti presenti nei cosmetici e nei prodotti per la cura della persona sono davvero sicuri o rispettosi dell’ambiente, anche quando il marketing li presenta come “naturali” o “delicati”. Tra le sostanze da valutare con prudenza troviamo diverse categorie di composti, spesso usati per le loro proprietà conservanti, emollienti o solventi, ma che sollevano dubbi per i possibili effetti sulla salute e sull’ecosistema.

Tra gli ingredienti che meritano particolare attenzione, perché spesso presentati come innocui ma in realtà associati a potenziali rischi per la salute e per l’ambiente, troviamo diverse sostanze chimiche comuni nei cosmetici e nei prodotti per la cura della persona.

I parabeni, come il metilparabene, il propilparabene o il butilparabene, vengono utilizzati da decenni come conservanti per impedire la proliferazione di batteri e muffe in creme, shampoo e make-up. Tuttavia, il loro impiego è controverso: alcuni studi hanno suggerito possibili effetti di interferenza endocrina, poiché la loro struttura chimica può mimare quella degli ormoni femminili, con conseguenze potenzialmente negative sul sistema riproduttivo e sul rischio di sviluppare alcune patologie.

I siliconi, come il dimeticone o il ciclometicone, sono invece impiegati per rendere i prodotti più vellutati e piacevoli al tatto, conferendo ai capelli lucentezza e morbidezza immediata. Nonostante ciò, non apportano veri benefici a lungo termine, poiché tendono a creare una pellicola impermeabile che può ostacolare la naturale traspirazione della pelle e appesantire i capelli. Dal punto di vista ambientale, molti siliconi sono scarsamente biodegradabili, con conseguente accumulo nelle acque e nei sedimenti.

Un’altra categoria da considerare con cautela è quella degli eteri glicolici, tra cui il fenossietanolo, il butilglicole e il metilglicole. Spesso usati come solventi o conservanti, si ritrovano in profumi, creme e detergenti. L’esposizione prolungata a queste sostanze può essere irritante per la pelle e le vie respiratorie, e alcuni derivati sono stati associati a effetti tossici sul sistema nervoso o riproduttivo.

Infine, ci sono gli alchilfenoli, come l’eptilfenolo o il nonxinolo, che sono impiegati come tensioattivi o emulsionanti in detergenti e cosmetici. Il loro impatto ambientale è significativo: rilasciati nelle acque, possono interferire con la vita acquatica e agire come interferenti endocrini sugli organismi marini. Anche sull’uomo si sospetta un’azione simile, motivo per cui in diversi paesi il loro utilizzo è stato fortemente limitato.

In sintesi, la presenza di queste sostanze nei cosmetici e nei prodotti per la cura personale non va demonizzata in assoluto, ma richiede un approccio critico e informato. Sapere dove si trovano e quali effetti possono avere permette ai consumatori di fare scelte più consapevoli, evitando di cadere nelle trappole del greenwashing, dove un prodotto viene presentato come “naturale” o “eco-friendly” pur contenendo ingredienti controversi.

Greenwashing involontario

Il greenwashing involontario si verifica quando le aziende comunicano in modo impreciso o fuorviante i propri sforzi ambientali senza l’intenzione di ingannare. Non si tratta di malafede, ma di una conseguenza delle difficoltà nel gestire la complessità della sostenibilità. Una delle principali cause è la presenza di dati incompleti o obsoleti, che non riflettono l’intero ciclo di vita dei prodotti o le pratiche più aggiornate. A questo si aggiunge la complessità delle catene di fornitura globali, spesso costituite da numerosi fornitori in diverse regioni, che rende difficile garantire coerenza e accuratezza nelle dichiarazioni ambientali.

Un altro fattore determinante è l’assenza di standard universali, che può portare le aziende a sopravvalutare i propri progressi o a interpretare in modo soggettivo le linee guida sulla sostenibilità. La comunicazione stessa può amplificare il problema: per rendere più comprensibili concetti tecnici e dati complessi, le imprese ricorrono a messaggi semplificati, che rischiano di distorcere la realtà o di attribuire alle iniziative ambientali un impatto maggiore di quello reale. Persino termini apparentemente innocui come “eco-friendly” o “green”, se usati senza contesto, possono creare confusione nei consumatori.

Le conseguenze del greenwashing involontario sono significative. Quando emerge che le dichiarazioni erano imprecise o esagerate, la fiducia dei consumatori diminuisce, non solo verso l’azienda coinvolta, ma verso l’intero settore della sostenibilità. Risorse preziose rischiano di essere destinate al marketing anziché a interventi concreti, mentre iniziative simboliche o marginali possono ritardare l’adozione di misure realmente efficaci per contrastare il cambiamento climatico.

Per ridurre questi rischi, le aziende dovrebbero puntare sulla trasparenza, comunicando sia i risultati positivi sia le aree da migliorare, e basarsi su dati scientificamente validi e aggiornati. Affidarsi a certificazioni riconosciute può rafforzare la credibilità delle dichiarazioni ambientali. Infine, la sostenibilità deve essere integrata nella strategia aziendale a lungo termine, attraverso investimenti in energie rinnovabili, riduzione degli sprechi e ottimizzazione delle catene di approvvigionamento: scelte che dimostrano autenticità e costruiscono fiducia duratura.

Etichette e imballaggi verdi: segnali da osservare

Molte aziende cercano di trasmettere un’immagine di sostenibilità attraverso imballaggi e simboli “verdi”, sfruttando la percezione positiva che i consumatori associano alla natura e all’ecologia. Il colore verde, le immagini di alberi, foglie o animali e i piccoli loghi naturali sono spesso utilizzati come strumenti di greenwashing, facendo apparire un prodotto più rispettoso dell’ambiente anche quando le pratiche dell’azienda non lo sono realmente.

Allo stesso modo, le parole d’ordine ambientali, come “naturale” o “eco-friendly”, possono essere ingannevoli se non accompagnate da dati concreti sulle pratiche sostenibili dell’impresa. Questo linguaggio volutamente vago è uno dei mezzi più comuni di greenwashing, poiché può convincere i consumatori dei benefici di un prodotto, anche se tali benefici sono minimi o inesistenti. Alcune iniziative, apparentemente ecologiche, nascondono addirittura processi dannosi, come il cosiddetto “riciclo chimico”, in cui la plastica è bruciata per produrre carburante, generando emissioni di gas serra superiori a quelle di alcune centrali a combustibili fossili.

etichette certificate

Le etichette ecologiche meritano particolare attenzione. Alcuni marchi creano propri loghi o certificazioni che dichiarano il prodotto ecocompatibile, ma senza alcun valore legale o verifica indipendente. Questo è un esempio classico di greenwashing, perché può dare ai consumatori falsa sicurezza, facendo sembrare più “green” qualcosa che in realtà non lo è.

Anche indicazioni specifiche come “senza BPA” devono essere valutate con attenzione. L’industria chimica spesso sostituisce una sostanza controversa con altre sostanze altrettanto nocive, creando quello che gli esperti definiscono “effetto sostituzione deplorevole”, un’altra forma di greenwashing mascherato da sicurezza. Infine, il simbolo del riciclo o la scritta “si prega di riciclare” sulle confezioni possono far percepire il prodotto come più sostenibile, anche se quel materiale è difficile da riciclare nella pratica e non comporta obblighi reali per l’azienda.

Spesso, le confezioni enfatizzano ciò che un prodotto non contiene, come sostanze chimiche o ingredienti controversi, per dare l’impressione di maggiore sicurezza o sostenibilità. Tuttavia, questo approccio può essere fuorviante: concentrarsi solo sugli assenti distrae dai componenti presenti, alcuni dei quali possono avere effetti nocivi sulla salute o sull’ambiente. Il greenwashing può infatti sfruttare l’assenza di uno o due ingredienti controversi per dare un’impressione di sicurezza o sostenibilità superiore, anche quando altri componenti risultano problematici.

In sintesi, imparare a leggere etichette e packaging con occhio critico è fondamentale per riconoscere il greenwashing e fare scelte di consumo più consapevoli. Prestare attenzione ai simboli, alle parole utilizzate e alla presenza di certificazioni riconosciute può aiutare a distinguere tra un prodotto davvero sostenibile e uno che punta solo a creare un’impressione positiva.

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