Ecologia e Ambiente

Biofouling

il 25 Luglio 2026

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biofouling

Il Biofouling è il processo attraverso il quale microrganismi e macroorganismi si insediano e si sviluppano su superfici a contatto con l’acqua, formando depositi biologici che compromettono il corretto funzionamento di materiali e impianti.

A differenza di altre forme di incrostazione, il biofouling è caratterizzato dalla crescita di comunità biologiche organizzate, costituite da batteri, microalghe, funghi e, nelle fasi più avanzate, da organismi di maggiori dimensioni come mitili, cirripedi e alghe. Questi organismi si combinano con particelle sospese e componenti presenti nelle acque, dando origine a strati aderenti difficili da rimuovere.

Il fenomeno interessa numerosi settori, tra cui l’industria marittima, il trattamento delle acque, l’acquacoltura, gli impianti industriali, i sistemi di filtrazione, i sensori sommersi, le condotte e i dispositivi medicali.

La formazione del biofouling comporta un aumento dell’attrito idrodinamico, una maggiore resistenza al flusso dei fluidi, fenomeni di corrosione microbiologicamente influenzata (MIC), una riduzione dell’efficienza energetica e un incremento dei costi di manutenzione e gestione. Nel settore navale, ad esempio, l’accumulo di organismi sullo scafo aumenta la resistenza all’avanzamento, determinando un maggiore consumo di carburante e un conseguente aumento delle emissioni di gas serra.

Il biofouling si distingue dall’incrostazione dovuta alla materia organica naturale (Natural Organic Matter, NOM), che deriva principalmente dall’accumulo di sostanze organiche disciolte o particellari prive di una crescita biologica attiva. Sebbene la NOM possa favorire l’adesione iniziale dei microrganismi e contribuire alla formazione del biofilm, i due fenomeni hanno origine e meccanismi differenti e richiedono strategie di controllo specifiche.

Il biofouling rappresenta una condizione indesiderata, poiché riduce l’affidabilità e la durata delle apparecchiature. Per questo motivo, lo sviluppo di materiali innovativi, rivestimenti antifouling e tecnologie di prevenzione sostenibili costituisce oggi uno dei principali ambiti di ricerca nei settori dell’ingegneria, della chimica dei materiali, della biotecnologia e delle scienze marine.

Fasi di formazione del biofouling

Il biofouling è un processo dinamico che si sviluppa attraverso una serie di stadi successivi. La velocità con cui avviene dipende dalle caratteristiche della superficie, dalla qualità dell’acqua e dalle condizioni ambientali, ma segue generalmente una sequenza ben definita che porta dalla colonizzazione molecolare iniziale alla formazione di una comunità biologica complessa.

Formazione del film di condizionamento

La prima fase inizia pochi secondi o minuti dopo l’immersione di una superficie in acqua. Molecole organiche e inorganiche presenti nell’ambiente acquatico, come proteine, polisaccaridi, acidi umici e altre sostanze della materia organica naturale, danno adsorbimento spontaneo formando un sottile film di condizionamento (conditioning film).

Pur avendo uno spessore di pochi nanometri, questo strato modifica le proprietà fisico-chimiche della superficie, influenzandone la carica elettrica, l’energia superficiale e l’idrofobicità. Di conseguenza, la superficie diventa più favorevole all’adesione dei microrganismi che daranno origine alle fasi successive del biofouling.

Adesione dei microrganismi e formazione del biofilm

Nel giro di poche ore, batteri, archei, diatomee e altri microrganismi pionieri colonizzano il film di condizionamento. Dopo un’iniziale adesione reversibile, le cellule si ancorano stabilmente alla superficie producendo una matrice polimerica extracellulare (Extracellular Polymeric Substances, EPS) composta principalmente da polisaccaridi, proteine, lipidi e acidi nucleici.

fasi del biofouling
fasi del biofouling

Questa matrice protegge i microrganismi dagli stress ambientali, favorisce la comunicazione cellulare attraverso il quorum sensing e costituisce l’impalcatura del biofilm, una struttura tridimensionale altamente organizzata che rappresenta il nucleo del biofouling.

Maturazione del biofilm

Nei giorni successivi il biofilm aumenta progressivamente di spessore e complessità. Oltre ai batteri, sono colonizzati anche microalghe, funghi microscopici e protozoi, che instaurano relazioni ecologiche tra loro e contribuiscono alla stabilità della comunità biologica.

Durante questa fase il biofilm diventa sempre più resistente alle variazioni ambientali, ai disinfettanti e agli interventi di pulizia, rendendo la rimozione molto più difficile rispetto alle fasi iniziali.

Colonizzazione da parte dei macroorganismi

L’ultima fase è caratterizzata dall’insediamento di organismi pluricellulari di maggiori dimensioni, fenomeno noto come macrofouling. Larve di cirripedi, mitili, ostriche, spugne, ascidie, alghe macroscopiche e altri invertebrati trovano nel biofilm una superficie ideale per l’ancoraggio e la crescita.

La formazione di questa macro-comunità può richiedere da alcune settimane a diversi mesi, a seconda delle condizioni ambientali. Una volta completato, il biofouling determina un marcato aumento della rugosità delle superfici, della resistenza idrodinamica e dei fenomeni di corrosione, con conseguenze significative sull’efficienza operativa di navi, impianti industriali e infrastrutture immerse.

Organismi responsabili del biofouling

Il biofouling è il risultato della colonizzazione progressiva delle superfici sommerse da parte di numerosi organismi acquatici. La composizione della comunità biologica varia in funzione della salinità, della temperatura, della disponibilità di nutrienti e del tempo di immersione, ma segue generalmente una successione ecologica che inizia con i microrganismi e termina con organismi pluricellulari di maggiori dimensioni.

Microrganismi incrostanti

I microrganismi sono i primi colonizzatori delle superfici immerse e costituiscono la base per lo sviluppo del biofouling. Attraverso la formazione del biofilm, modificano le caratteristiche della superficie e favoriscono l’insediamento di organismi sempre più complessi.

Batteri e diatomee

Organismi responsabili del biofouling
Organismi responsabili del biofouling

I batteri rappresentano i principali organismi pionieri. Dopo l’adesione alla superficie producono una matrice polimerica extracellulare (EPS) che conferisce stabilità al biofilm e protegge la comunità microbica.

Tra i primi colonizzatori figurano anche le diatomee, microalghe unicellulari rivestite da una caratteristica parete silicea. In base alla loro morfologia si distinguono in diatomee pennate, generalmente associate alle superfici solide, e diatomee centriche, più comuni nel plancton. La loro presenza contribuisce ad aumentare lo spessore e la complessità del biofilm.

Alghe

Con la maturazione del biofilm possono insediarsi diverse specie di alghe. Le macroalghe sono comunemente suddivise in alghe verdi (Chlorophyta), alghe rosse (Rhodophyta) e alghe brune (Phaeophyceae). Oltre ad aumentare la rugosità delle superfici, forniscono un substrato favorevole all’insediamento di altri organismi marini.

Macroorganismi incrostanti

Nelle fasi più avanzate del biofouling il biofilm viene colonizzato da organismi pluricellulari, noti come macrofouling, che determinano le maggiori conseguenze operative sulle strutture sommerse.

Molluschi

Tra i molluschi, i principali organismi incrostanti sono mitili, ostriche, vongole e altri bivalvi, che si fissano saldamente alle superfici mediante filamenti o sostanze adesive. La loro crescita può ostruire condotte, prese d’acqua e sistemi di raffreddamento, aumentando significativamente i costi di manutenzione.

Cirripedi

I cirripedi (balani e lepadi) rappresentano uno dei gruppi più caratteristici del biofouling marino. Appartenenti ai crostacei, secernono un cemento biologico estremamente resistente che consente loro di aderire in modo permanente agli scafi delle navi, alle piattaforme offshore, ai moli e ad altre infrastrutture sommerse.

Spugne, ascidie e altri invertebrati

Anche spugne, ascidie, briozoi, idrozoi, anellidi tubicoli e numerosi altri invertebrati possono contribuire alla formazione del biofouling. Questi organismi aumentano lo spessore delle incrostazioni biologiche e modificano profondamente le caratteristiche delle superfici colonizzate.

Biofouling e diffusione delle specie invasive

Oltre a rappresentare un problema tecnico ed economico, il biofouling costituisce uno dei principali vettori di diffusione delle specie acquatiche invasive. Molti organismi che colonizzano gli scafi delle navi vengono infatti trasportati per migliaia di chilometri e introdotti in ecosistemi nei quali non sono naturalmente presenti.

Le due principali vie di introduzione sono rappresentate dall’incrostazione degli scafi e dalle acque di zavorra. Le navi utilizzano queste ultime per mantenere stabilità e assetto durante la navigazione; quando sono scaricate in un porto diverso da quello di origine, possono rilasciare microrganismi, larve e piccoli invertebrati appartenenti a specie non autoctone.

Anche gli organismi già aderenti allo scafo possono sopravvivere durante la traversata e colonizzare nuovi ambienti una volta giunti a destinazione. Se le condizioni ambientali risultano favorevoli, tali specie possono insediarsi stabilmente, competere con la fauna e la flora locali e alterare gli equilibri degli ecosistemi marini.

Per questo motivo il controllo del biofouling è considerato non solo una misura di efficienza tecnica, ma anche uno strumento fondamentale per la tutela della biodiversità e la prevenzione della diffusione di specie invasive.

Biofouling nelle infrastrutture marine

L’ambiente marino rappresenta uno dei contesti in cui il biofouling si manifesta con maggiore intensità. Qualsiasi superficie sommersa entra rapidamente in contatto con batteri, microalghe e larve di organismi marini che, nel tempo, danno origine a comunità biologiche sempre più complesse.

Materiali comunemente impiegati nelle infrastrutture marine, come acciaio, alluminio, leghe metalliche e materiali compositi, non sono naturalmente immuni a questo processo e richiedono specifiche strategie di protezione.

Navi e imbarcazioni

Lo scafo costituisce la superficie maggiormente esposta al biofouling. La sua ampia estensione e il continuo contatto con l’acqua favoriscono l’adesione di batteri, diatomee, alghe e organismi incrostanti come i cirripedi e i mitili. L’accumulo di questi organismi aumenta la rugosità superficiale, incrementando la resistenza idrodinamica e il consumo di carburante.

Oltre allo scafo, numerosi altri componenti sono particolarmente vulnerabili, tra cui eliche, timoni, eliche di manovra (bow thrusters), prese d’acqua, casse a mare, raffreddatori a cassone (box cooler), scambiatori di calore esterni e altre appendici immerse. Il biofouling può ridurne l’efficienza, ostacolare il corretto raffreddamento degli impianti e aumentare la frequenza degli interventi di manutenzione.

Piattaforme offshore

Anche le piattaforme offshore, impiegate nell’estrazione di petrolio e gas, nella produzione di energia eolica e nelle attività di ricerca, sono fortemente esposte alle incrostazioni biologiche. Tra queste rientrano piattaforme fisse, jack-up, semisommergibili, piattaforme Spar, piattaforme a gambe tese (Tension Leg Platform) e navi di perforazione.

Poiché queste strutture rimangono immerse per anni, gli organismi incrostanti possono accumularsi fino a formare spessi strati biologici. Oltre a favorire la corrosione microbiologicamente influenzata (MIC), tali depositi aumentano il peso e le sollecitazioni esercitate dalla corrente e dal moto ondoso.

In alcuni casi, una crescita biologica di pochi centimetri può determinare un significativo incremento del carico strutturale e dei costi di gestione. Anche le operazioni di rimozione devono essere eseguite con attenzione per evitare di danneggiare rivestimenti protettivi e superfici metalliche.

Attrezzature e strumentazione marina

Il biofouling rappresenta un problema anche per numerose attrezzature marine destinate al monitoraggio ambientale, alla ricerca scientifica e alle operazioni subacquee. Boe oceanografiche, sensori, telecamere sommerse, sistemi di misura, cavi, condotte e strumenti di campionamento possono perdere precisione a causa dell’accumulo di biofilm e organismi incrostanti.

Anche i veicoli subacquei autonomi (AUV), i veicoli filoguidati (ROV) e i sommergibili con equipaggio (HOV) sono soggetti al biofouling quando operano per lunghi periodi in mare. L’accumulo di organismi sulle superfici esterne aumenta l’attrito, altera il funzionamento dei sensori e può compromettere l’autonomia e l’efficienza delle missioni scientifiche o industriali.

Per questi motivi, la prevenzione del biofouling costituisce un elemento fondamentale nella progettazione e nella gestione delle infrastrutture marine, contribuendo a migliorare l’efficienza operativa, ridurre i costi di manutenzione e limitare la diffusione di specie invasive tra ecosistemi differenti.

Conseguenze del biofouling

Il biofouling rappresenta una delle principali problematiche per il settore marittimo, poiché provoca effetti strutturali, operativi, ambientali ed economici. L’accumulo progressivo di organismi biologici sulle superfici immerse modifica le caratteristiche fisiche dei materiali e riduce l’efficienza delle infrastrutture marine, dalle navi alle piattaforme offshore.

Aumento della resistenza idrodinamica delle navi

Uno degli effetti più rilevanti del biofouling riguarda l’aumento della resistenza idrodinamica dello scafo. Durante la navigazione, una nave deve vincere diverse forze di opposizione generate dal contatto con l’acqua; tra queste, la resistenza di attrito superficiale rappresenta una componente significativa.

La presenza di organismi incrostanti, come alghe, cirripedi e molluschi, rende la superficie dello scafo più irregolare e aumenta la turbolenza del flusso d’acqua. Questo fenomeno determina una maggiore forza propulsiva necessaria per mantenere la stessa velocità di navigazione, con conseguente aumento del consumo di carburante e delle emissioni di anidride carbonica.

L’entità del problema dipende da diversi fattori, tra cui la geometria e progettazione dello scafo, qualità della finitura superficiale, presenza di graffi o abrasioni efficienza delle eliche e quantità e tipo di organismi accumulati.

Nei casi più gravi, le incrostazioni possono aggiungere diverse tonnellate di massa allo scafo e ridurre significativamente le prestazioni della nave. Considerando che il carburante costituisce una delle principali voci di costo nella gestione di un’imbarcazione, anche piccoli incrementi dei consumi possono tradursi in un aumento rilevante delle spese operative.

Corrosione microbiologicamente influenzata

Il biofouling favorisce anche fenomeni di corrosione microbiologicamente influenzata (Microbiologically Influenced Corrosion, MIC), un processo nel quale i microrganismi presenti nel biofilm accelerano il deterioramento dei materiali metallici.

Batteri solfato-riduttori, batteri ossidanti del ferro e altri microrganismi possono modificare localmente le condizioni chimiche sulla superficie metallica, favorendo reazioni elettrochimiche responsabili della corrosione. Inoltre, gli organismi macroincrostanti possono creare zone schermate nelle quali si accumulano sostanze corrosive e si riduce la circolazione dell’acqua.

Sebbene materiali come acciaio, alluminio e leghe metalliche siano progettati per resistere alla corrosione marina, la presenza prolungata di biofouling può compromettere rivestimenti protettivi e ridurre l’integrità strutturale di scafi, condotte, sistemi di raffreddamento e piattaforme offshore.

La corrosione comporta elevati costi di manutenzione, periodi di fermo operativo e interventi complessi, soprattutto quando riguarda strutture sommerse difficili da raggiungere. Nei casi più critici, un deterioramento non controllato può compromettere la sicurezza delle imbarcazioni e delle infrastrutture marine, aumentando il rischio di guasti strutturali.

Impatto ambientale del biofouling

Il biofouling non rappresenta soltanto un problema tecnico ed economico per il settore marittimo, ma produce anche importanti conseguenze ambientali. L’accumulo di organismi sulle superfici immerse contribuisce infatti all’aumento dei consumi energetici delle navi, alla diffusione di specie invasive e all’alterazione degli ecosistemi marini.

Aumento delle emissioni di gas serra

Uno degli effetti ambientali più rilevanti del biofouling riguarda l’aumento della resistenza idrodinamica degli scafi. La presenza di organismi incrostanti rende la superficie meno regolare e costringe i motori navali a sviluppare una maggiore potenza per mantenere la stessa velocità di navigazione.

Questo incremento del consumo di carburante determina una maggiore emissione di anidride carbonica (CO₂), ossidi dell’azoto (NOx) e particolato atmosferico. Considerando l’elevato numero di navi che operano quotidianamente nei mari e negli oceani, anche una piccola riduzione dell’efficienza energetica di ogni unità può contribuire ad aumentare l’impatto climatico complessivo del trasporto marittimo.

Il problema diventa particolarmente evidente durante periodi di congestione delle rotte commerciali. Eventi geopolitici o tecnici che rallentano il traffico navale, come quelli verificatisi nello Stretto di Hormuz, uno dei principali corridoi mondiali per il trasporto di petrolio e gas, possono costringere molte navi a soste prolungate o a deviazioni di rotta. Sebbene tali situazioni non siano causate dal biofouling, evidenziano come ogni fattore che riduce l’efficienza della navigazione possa aumentare consumi, tempi di percorrenza ed emissioni complessive.

Diffusione di specie invasive

Il biofouling è considerato uno dei principali vettori di introduzione delle specie acquatiche invasive. Organismi aderenti agli scafi, alle condotte o alle strutture sommerse possono essere trasportati per migliaia di chilometri e introdotti in ambienti nei quali non sono presenti naturalmente.

Una volta raggiunto un nuovo habitat, alcune specie possono adattarsi rapidamente, riprodursi e competere con gli organismi autoctoni per spazio e risorse. Questo fenomeno può modificare le catene alimentari, ridurre la biodiversità locale e alterare il funzionamento degli ecosistemi marini.

Alterazione degli ecosistemi e impatto delle strategie di controllo

Il controllo del biofouling richiede spesso l’impiego di rivestimenti antifouling e trattamenti chimici. In passato alcune vernici contenenti sostanze biocide, come i composti organostannici a base di tributilstagno (TBT), hanno provocato gravi danni agli organismi marini non bersaglio e sono state successivamente vietate.

La ricerca attuale è quindi orientata verso soluzioni antifouling sostenibili, basate su materiali innovativi, superfici biomimetiche e tecnologie a basso impatto ambientale, capaci di limitare la colonizzazione biologica senza compromettere gli equilibri degli ecosistemi marini.

Strategie antifouling

Il controllo del biofouling rappresenta una delle principali sfide per il settore marittimo e per tutte le applicazioni che prevedono il contatto prolungato con l’acqua. Le strategie antifouling hanno l’obiettivo di impedire l’adesione degli organismi, rallentare la formazione del biofilm e ridurre gli effetti negativi delle incrostazioni biologiche, migliorando l’efficienza operativa e limitando l’impatto ambientale.

Rivestimenti antifouling tradizionali

Una delle soluzioni più diffuse consiste nell’applicazione di rivestimenti protettivi sulle superfici immerse, in particolare sugli scafi delle navi. Questi materiali possono contenere sostanze biocide capaci di inibire la crescita degli organismi incrostanti attraverso il rilascio controllato di composti attivi.

Strategie antifouling
Strategie antifouling

In passato sono stati utilizzati rivestimenti a base di tributilstagno (TBT), molto efficaci contro il biofouling ma responsabili di gravi effetti sugli ecosistemi marini. Per questo motivo il loro impiego è stato vietato e la ricerca si è orientata verso alternative più sostenibili, come vernici a base di rame, biocidi a minore impatto e sistemi privi di sostanze tossiche.

Rivestimenti a basso attrito e superfici antiadesione

Una strategia sempre più studiata consiste nella progettazione di superfici che ostacolano il primo stadio del biofouling, cioè l’adesione dei microrganismi. I rivestimenti a bassa energia superficiale, come quelli a base di siliconi e fluoropolimeri, rendono più difficile l’ancoraggio delle cellule e facilitano la rimozione degli organismi grazie al movimento dell’acqua durante la navigazione.

Tra le soluzioni innovative rientrano anche le superfici superidrofobiche e i materiali biomimetici, ispirati a strutture naturali come la pelle degli squali, caratterizzata da microstrutture che riducono l’adesione degli organismi marini.

Tecnologie fisiche di prevenzione del biofouling 

Oltre ai rivestimenti chimici, sono sviluppati metodi basati su principi fisici. Tra questi rientrano:

-sistemi a ultrasuoni, che generano vibrazioni capaci di ostacolare l’adesione dei microrganismi;

-trattamenti con raggi ultravioletti (UV), utilizzati soprattutto nei sistemi di trattamento delle acque;

-pulizia meccanica automatizzata, mediante robot subacquei e dispositivi mobili che rimuovono periodicamente gli organismi senza danneggiare le superfici.

Strategie biologiche e materiali innovativi

La ricerca più recente punta allo sviluppo di soluzioni ecocompatibili basate su molecole naturali, enzimi, peptidi antimicrobici e smart materials in grado di interferire con la formazione del biofilm senza danneggiare gli organismi non bersaglio.

Un settore particolarmente promettente è quello dei materiali nanotecnologici, che sfruttano nanoparticelle, grafene, biossido di titanio e strutture superficiali avanzate per creare superfici resistenti alla colonizzazione biologica.

Verso un antifouling sostenibile

Le moderne strategie antifouling non mirano più soltanto all’eliminazione degli organismi incrostanti, ma alla prevenzione del fenomeno attraverso approcci integrati. La combinazione di materiali innovativi, monitoraggio continuo e manutenzione programmata rappresenta oggi la soluzione più efficace per ridurre consumi energetici, costi operativi e diffusione delle specie invasive, conciliando efficienza industriale e tutela degli ecosistemi marini.

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