Chimica

Uranio impoverito

il 30 Luglio 2025

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uranio impoverito

L’uranio impoverito è una specie che, pur essendo meno radioattiva rispetto all’uranio naturale, ha suscitato forti preoccupazioni a livello globale per i suoi impieghi militari, i potenziali effetti sulla salute umana e le implicazioni ambientali. Si tratta di un sottoprodotto del processo di arricchimento dell’uranio, durante il quale si separa l’isotopo fissile U-235 per l’uso in reattori nucleari o armi atomiche, lasciando dietro di sé un materiale a bassa radioattività ma altamente denso e chimicamente tossico.

Il primo utilizzo su larga scala dell’uranio impoverito in ambito bellico risale alla Guerra del Golfo del 1991, quando le forze statunitensi impiegarono proiettili all’uranio impoverito per la loro elevata capacità di penetrazione delle corazze. Da allora, l’uso di questo materiale si è diffuso in altri scenari di conflitto, come nei Balcani, in Afghanistan e in Iraq, sollevando dubbi sull’esposizione dei soldati e delle popolazioni locali a rischi sanitari non del tutto compresi.

Sebbene ufficialmente considerato a bassa radioattività, l’uranio impoverito è comunque tossico dal punto di vista chimico e può rappresentare un pericolo se inalato sotto forma di polveri fini generate dall’impatto delle munizioni o se contaminante di suolo e falde acquifere. A causa di questi rischi potenziali, il suo utilizzo ha generato un ampio dibattito scientifico e politico, con posizioni divergenti tra organismi militari, istituzioni sanitarie e organizzazioni per i diritti umani.

Proprietà chimico-fisiche dell’uranio impoverito

L’uranio impoverito è costituito principalmente dall’isotopo uranio-238, con una presenza ridotta dell’isotopo fissile uranio-235 rispetto all’uranio che si trova in natura. Questa caratteristica lo rende poco adatto a sostenere una reazione nucleare a catena, ma non lo priva di una certa radioattività residua, seppure decisamente inferiore rispetto all’uranio arricchito.

Dal punto di vista fisico, l’uranio impoverito si presenta come un metallo pesante, denso e di colore argenteo, che assume una patina grigio-scura quando esposto all’aria a causa dell’ossidazione superficiale. Una delle sue proprietà più rilevanti è la densità estremamente elevata, pari a circa 19.1 g/cm³, superiore a quella del piombo. Questa elevata densità conferisce al materiale notevole capacità penetrante, e per tale motivo è stato impiegato nelle munizioni perforanti.

Tra le altre proprietà fisiche si evidenziano un elevato punto di fusione di circa 1132 °C e di ebollizione di circa 3.818 °C. Ha una conducibilità termica relativamente buona che lo rende utile in alcune applicazioni ingegneristiche e una durezza comparabile a quella dell’acciaio dolce.

Dal punto di vista chimico, l’uranio impoverito ha una reattività moderata con l’ossigeno e forma ossidi di uranio in particolare  UO₂ e U₃O₈ che possono essere rilasciati nell’ambiente, soprattutto in condizioni di combustione o impatti ad alta energia. Tali ossidi possono essere inalati sotto forma di particolato fine, rappresentando un rischio tossicologico sia per l’uomo che per l’ambiente.

Va infine ricordato che, pur essendo meno radioattivo dell’uranio naturale, l’uranio impoverito è tossico per via chimica, agendo come metallo pesante. Esso può interferire con il funzionamento dei reni, del sistema nervoso e di altri organi, in modo simile ad altri elementi come piombo e cadmio.

Usi

Grazie alle sue peculiari proprietà fisiche e chimiche, l’uranio impoverito trova applicazione in ambiti sia militari che civili. Il suo alto peso specifico, la relativa economicità in quanto è un sottoprodotto dell’industria nucleare e la facilità di lavorazione metallurgica lo rendono utile in contesti dove è richiesta grande densità con volumi contenuti.

Uso militare

L’impiego più noto – e controverso – dell’uranio impoverito è quello in ambito militare, dove viene utilizzato per la fabbricazione di munizioni anticarro e proiettili perforanti ad alta

proiettili APFSDS
proiettili APFSDS

penetrazione. In questo contesto, l’UI viene modellato in dardi o penetratori cinetici come quelli usati nei proiettili APFSDS (Armor-Piercing Fin-Stabilized Discarding Sabot),  che sfruttano l’elevata densità per perforare corazze d’acciaio e veicoli blindati.

Una caratteristica peculiare di queste munizioni è la piroforicità: all’impatto, l’uranio impoverito può incendiarsi spontaneamente, provocando una reazione termica violenta e la vaporizzazione di particelle metalliche, che aumentano la letalità e la dispersione ambientale. Queste proprietà le hanno rese particolarmente efficaci durante conflitti come la Guerra del Golfo, la guerra in Bosnia, in Kosovo e in Iraq, ma anche fonte di preoccupazione per gli effetti a lungo termine su salute e ambiente.

Uso civile e industriale dell’uranio impoverito

Oltre al suo controverso impiego in ambito militare, l’uranio impoverito è stato utilizzato anche in diversi contesti civili e industriali, sfruttando le sue proprietà fisiche uniche, in particolare l’elevatissima densità, la buona lavorabilità meccanica e la capacità di assorbire radiazioni ionizzanti.

Controbilanciamenti e zavorre

Uno degli usi principali in ambito industriale è stato quello nei sistemi di bilanciamento. In aeronautica, ad esempio, l’uranio impoverito è stato impiegato in passato come controbilanciamento nelle ali e negli stabilizzatori di alcuni aerei civili e militari, in quanto la sua densità consente di ridurre il volume dei contrappesi, lasciando maggiore spazio per carburante o equipaggiamento.

Analogamente, è stato usato anche come zavorra nei veicoli spaziali e nei missili, dove il controllo preciso della massa è fondamentale per la traiettoria e la stabilità. Tuttavia, preoccupazioni crescenti legate alla gestione sicura del materiale in caso di incidente o rottamazione del veicolo hanno portato progressivamente all’abbandono di questo uso, a favore di materiali meno problematici, come il tungsteno o leghe pesanti non radioattive.

Schermatura radiologica

Un altro ambito di utilizzo dell’uranio impoverito riguarda la protezione dalle radiazioni ionizzanti. La sua elevata densità lo rende molto efficace come materiale schermante contro i raggi gamma e i raggi X.  In passato è stato impiegato per realizzare contenitori per il trasporto di isotopi radioattivi ad esempio in ambito ospedaliero o per usi industriali, barriere protettive nelle apparecchiature mediche per la radioterapia e scudi per reattori nucleari o impianti sperimentali

Tuttavia, anche in questi casi l’interesse per l’uranio impoverito è diminuito a causa della sua tossicità chimica, della complessità della gestione normativa e della disponibilità di materiali alternativi più sicuri come il piombo ad alta purezza o il tungsteno sinterizzato.

Altri impieghi specializzati

In alcuni casi molto specifici, l’uranio impoverito è stato sperimentato anche per la fabbricazione di bersagli per acceleratori di particelle, componenti per apparecchiature ad alta energia, o materiali per test balistici. Tuttavia, questi impieghi restano marginali e strettamente regolamentati.

Rischi per la salute e per l’ambiente

L’impiego dell’uranio impoverito, in particolare in ambito bellico, ha sollevato numerose preoccupazioni sanitarie e ambientali. Sebbene sia spesso definito a bassa radioattività, ciò non significa che sia innocuo: i rischi associati derivano sia dalla sua tossicità chimica, tipica dei metalli pesanti, sia dalla sua radioattività residua.

Tossicità chimica

Dal punto di vista chimico, l’uranio impoverito agisce come un metallo pesante tossico, in maniera analoga a piombo, cadmio o mercurio. L’esposizione cronica a basse dosi può provocare danni renali, alterazioni neurologiche, disturbi del sistema riproduttivo e, potenzialmente, effetti genotossici.

rischi
rischi

Le vie principali di esposizione sono:

Inalazione di particelle fini costituite in particolare ossidi di uranio generate durante l’impatto ad alta velocità delle munizioni contro bersagli duri

-Ingestione di acqua contaminata in aree colpite da bombardamenti

-Contaminazione di ferite da schegge o frammenti metallici

Il rischio tossicologico dipende da molti fattori: quantità inalata, tempo di esposizione, età e stato di salute dell’individuo, e presenza di lesioni.

Radioattività residua

L’uranio impoverito è meno radioattivo dell’uranio naturale, ma non è privo di radioattività. Emana principalmente radiazioni alfa, che non penetrano la pelle ma possono essere molto dannose se inalate o ingerite, perché interagiscono direttamente con i tessuti interni.

Alcuni studi suggeriscono una possibile correlazione tra l’esposizione all’UI e l’insorgenza di alcune forme tumorali, malattie respiratorie o disfunzioni immunitarie, soprattutto nei veterani o nelle popolazioni residenti nelle aree contaminate. Tuttavia, l’evidenza scientifica è ancora oggetto di dibattito, e organismi come l’OMS e la IAEA tendono a minimizzare i rischi radioattivi diretti, pur raccomandando monitoraggi ambientali e sanitari nei siti coinvolti.

Impatti ambientali

Dal punto di vista ambientale, l’uranio impoverito può rappresentare un contaminante persistente. I principali rischi sono:

-Contaminazione del suolo: le particelle metalliche e gli ossidi di uranio possono restare a lungo nei terreni, soprattutto in prossimità dei crateri d’impatto

-Inquinamento delle acque sotterranee: attraverso la lisciviazione del materiale nel tempo, con rischio di ingresso nella catena alimentare

Bioaccumulo: alcune forme chimiche dell’uranio possono essere assorbite da piante e animali, con effetti a catena sugli ecosistemi locali

L’attività bellica ha lasciato aree cronicamente contaminate in regioni come il Kosovo, la Bosnia, il sud dell’Iraq e l’Afghanistan, dove sono stati documentati livelli anomali di uranio nei campioni di suolo, polveri e persino nelle urine dei residenti.

Effetti a lungo termine e gestione del rischio

La difficoltà maggiore nella valutazione del rischio è legata al fatto che l’UI non genera effetti immediati evidenti, ma piuttosto conseguenze subdole e cumulative, spesso a distanza di anni. Questo rende complicata l’identificazione di una chiara relazione causa-effetto, ma non esclude la necessità di precauzione e monitoraggio attivo.

Le principali strategie di gestione comprendono la bonifica dei siti contaminati, il monitoraggio sanitario delle popolazioni esposte, il tracciamento ambientale delle polveri e delle acque oltre a restrizioni all’uso del materiale in contesti civili e militari.

Controversie internazionali

L’impiego dell’uranio impoverito in ambito militare ha generato negli ultimi decenni un ampio e acceso dibattito a livello internazionale, coinvolgendo governi, istituzioni sanitarie, organizzazioni non governative e comunità scientifica. Le controversie ruotano attorno a due aspetti fondamentali: i potenziali rischi per la salute e l’ambiente da un lato, e la responsabilità morale e legale dell’uso di un materiale a bassa radioattività in teatri di guerra dall’altro.

Le guerre che hanno sollevato il caso

Le prime polemiche esplosero in seguito all’uso estensivo di proiettili all’uranio impoverito da parte degli Stati Uniti e dei suoi alleati durante la Guerra del Golfo del 1991. Successivamente, nuovi casi di contaminazione e sospetti effetti sanitari emersero dopo i conflitti nei Balcani, in particolare in Kosovo e Bosnia-Erzegovina e in Iraq negli anni 2000.

Molti veterani, in particolare americani e italiani nei contingenti della NATO, iniziarono a riportare sintomi cronici che sfuggivano a una diagnosi precisa: questi casi furono spesso ricondotti a una presunta sindrome da uranio impoverito, una condizione non riconosciuta ufficialmente, ma oggetto di numerosi studi. Allo stesso tempo, organizzazioni per i diritti umani denunciarono aumenti di tumori e malformazioni congenite nelle popolazioni civili residenti nelle zone bombardate.

Posizioni delle organizzazioni internazionali

Le principali istituzioni internazionali hanno adottato posizioni prudenti o contraddittorie:

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha riconosciuto che l’UI presenta rischi chimici e radiotossici potenzialmente gravi in caso di esposizione diretta, ma ha precisato che non vi sono prove definitive di danni sistemici alla salute pubblica nei contesti post-bellici.

L’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (IAEA) ha sottolineato la necessità di gestione controllata del materiale, ma non ne ha richiesto il bando.

Il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP) ha condotto campagne di monitoraggio ambientale in Kosovo, Bosnia e Iraq, riscontrando in alcuni casi contaminazioni locali persistenti, pur ridimensionando l’idea di una minaccia diffusa su larga scala.

La NATO, da parte sua, ha difeso l’uso dell’uranio impoverito, affermando che si tratta di un materiale efficace e legale, utilizzato per fini difensivi e in conformità con le normative vigenti.

Pressioni per il divieto

Numerosi paesi e organizzazioni non governative hanno promosso campagne internazionali per il bando delle armi all’uranio impoverito. Tra queste spicca la Coalition to Ban Uranium Weapons (ICBUW), che ha portato la questione all’attenzione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, la quale ha approvato dal 2007 in poi diverse risoluzioni non vincolanti chiedendo ulteriori studi e maggiore trasparenza.

Alcuni Stati, tra cui Belgio, Costa Rica e Lussemburgo, hanno vietato l’uso, la produzione o il transito di armi contenenti uranio impoverito sul proprio territorio. Tuttavia, non esiste a oggi un trattato internazionale che ne proibisca l’uso, come avviene per le armi chimiche o le mine antiuomo.

Prospettive future e strategie di bonifica ambientale

Il dibattito sull’uranio impoverito, lungi dall’essersi esaurito, si inserisce oggi in un più ampio contesto di ripensamento delle tecnologie militari, della tutela della salute pubblica e della giustizia ambientale. Le prospettive future si giocano su più fronti, a partire dalla necessità di regolamentazione internazionale più stringente, fino alla gestione dei siti contaminati e alla prevenzione sanitaria nelle aree a rischio.

A differenza di quanto avvenuto per le mine antiuomo o le bombe a grappolo, l’uranio impoverito non è ancora soggetto a un trattato internazionale vincolante che ne vieti la produzione, l’uso o la commercializzazione. Tuttavia, cresce la pressione di organizzazioni internazionali, società civile e alcuni governi per arrivare a un divieto globale o a restrizioni severe, almeno in ambito bellico.

Le future decisioni in sede ONU o NATO potrebbero aprire la strada a restrizioni sull’uso in aree densamente popolate, obbligo di tracciabilità e trasparenza nei conflitti, divieti parziali per finalità non strettamente difensive

Nel frattempo, diversi Paesi stanno abbandonando progressivamente l’uranio impoverito anche per usi civili e industriali, preferendo materiali alternativi meno problematici come il tungsteno.

Sorveglianza sanitaria e ricerca

Un’altra area cruciale riguarda la ricerca medica ed epidemiologica, ancora troppo frammentata. Servono infatti studi longitudinali a lungo termine sulle popolazioni esposte sia militari che civili, banche dati condivise tra Stati e organizzazioni sanitarie e programmi di sorveglianza attiva in contesti post-bellici

In parallelo, alcuni Paesi hanno avviato iniziative per fornire assistenza medica dedicata ai reduci e ai residenti contaminati, ma spesso con risorse limitate o accesso disomogeneo.

Strategie di bonifica ambientale

La gestione dei siti contaminati rappresenta una delle sfide ambientali più complesse. L’uranio impoverito, infatti, può persistere nel suolo per decenni, e la sua rimozione richiede tecnologie avanzate e costi elevati.

Funghi
Funghi

Le principali strategie di bonifica includono la rimozione fisica del terreno contaminato, con trasporto in siti sicuri di stoccaggio, l’isolamento e confinamento tramite barriere fisiche o coperture protettive, la filtrazione e il trattamento delle acque per evitare la diffusione nelle falde e tecniche di fitorisanamento, che prevedono l’utilizzo di piante capaci di assorbire metalli pesanti, come alcuni tipi di funghi.

In alcuni scenari post-bellici come in Kosovo e Iran, le missioni ONU e ONG ambientali hanno attuato interventi di messa in sicurezza delle zone a rischio, ma in molti casi l’estensione e la diffusione dei residui rendono la bonifica parziale e discontinua.

Verso una maggiore responsabilità ambientale e militare

Il futuro dell’uranio impoverito dipenderà dalla capacità della comunità internazionale di conciliare esigenze di difesa, trasparenza e tutela della salute e dell’ambiente. La crescente consapevolezza pubblica e la pressione delle vittime e delle associazioni hanno già portato a importanti cambiamenti legislativi e giudiziari in diversi Paesi.

In un’epoca in cui i conflitti si combattono anche sul piano etico e ambientale, il caso dell’uranio impoverito rappresenta un banco di prova per l’evoluzione del diritto bellico e della responsabilità collettiva.

Il caso italiano: soldati, missioni e verità negate

In Italia, la questione dell’uranio impoverito ha assunto un rilievo particolare e duraturo, trasformandosi da vicenda militare in un caso politico, giudiziario e sanitario di grande portata. Il cuore del problema risiede nelle missioni internazionali a cui ha partecipato l’Esercito italiano, in particolare nei Balcani (Kosovo e Bosnia) a partire dalla fine degli anni ’90, in contesti dove erano stati impiegati proiettili all’uranio impoverito da parte di forze della NATO.

Le prime denunce

A partire dai primi anni 2000, numerosi militari italiani di ritorno dalle missioni iniziarono a manifestare gravi patologie ematologiche, in particolare linfomi di Hodgkin, leucemie e mielomi, in età insolitamente giovane. Le famiglie e le associazioni di categoria denunciarono una mancanza di protezione e di informazione preventiva, accusando il Ministero della Difesa di aver sottovalutato o nascosto i rischi dell’esposizione all’uranio impoverito.

La questione attirò rapidamente l’attenzione dell’opinione pubblica e dei media, contribuendo alla creazione di commissioni parlamentari d’inchiesta, a partire dal 2005, incaricate di verificare la reale portata dei danni e le eventuali responsabilità delle istituzioni.

Le inchieste e i numeri

Nel corso degli anni, diverse inchieste giornalistiche e parlamentari hanno evidenziato dati allarmanti: secondo stime aggiornate fornite da Osservatorio Militare e Associazione Vittime Uranio, oltre 400 militari italiani sarebbero deceduti e oltre 7.000 si sarebbero ammalati dopo missioni in teatri contaminati. Tuttavia, i numeri ufficiali forniti dalla Difesa sono sempre stati più bassi e oggetto di contestazioni.

Le sentenze favorevoli ai militari

Dal punto di vista giudiziario, alcune sentenze civili e penali hanno riconosciuto un nesso causale tra esposizione e malattia, costringendo il Ministero della Difesa al pagamento di risarcimenti in favore dei familiari delle vittime. Una delle sentenze più significative è quella emessa nel 2014 dal Tribunale di Roma, che ha condannato il Ministero per non aver adottato misure di prevenzione adeguate e per omissioni colpose nella tutela dei militari.

Altre decisioni giurisprudenziali, tra cui quelle del Tribunale di Firenze e di Padova, hanno confermato che le Forze Armate non avrebbero predisposto protocolli idonei a proteggere il personale esposto, né fornito strumenti per la valutazione del rischio nei poligoni contaminati o nei teatri di guerra.

Commissioni parlamentari e rapporti ufficiali

Le commissioni parlamentari d’inchiesta sull’uranio impoverito, istituite in più legislature, hanno prodotto decine di audizioni e rapporti dettagliati, evidenziando assenza di mappature dei siti contaminati, carente informazione sanitaria ai militari, inadeguate procedure di sorveglianza medica post-missione e ritardi e contraddizioni istituzionali nella raccolta dei dati epidemiologici

L’ultima commissione, conclusasi nel 2018, ha presentato un rapporto particolarmente critico nei confronti delle politiche del Ministero della Difesa, sottolineando l’urgenza di piani di monitoraggio sanitario a lungo termine, bonifica ambientale nei poligoni di tiro italiani dove spesso si è testato l’UI e risarcimenti automatici per le vittime accertate.

Una ferita aperta

A oggi, il “caso uranio” in Italia resta una ferita aperta. Molti familiari attendono ancora riconoscimento, giustizia e trasparenza, mentre lo Stato si trova ad affrontare decine di procedimenti legali pendenti. Le associazioni di tutela chiedono l’introduzione di una legge organica che riconosca lo status di vittima del dovere a tutti i militari colpiti da malattie riconducibili all’uranio impoverito, senza dover passare attraverso lunghe cause individuali.

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