Chimica

Preservanti del legno

il 19 Agosto 2025

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preservanti del legno

I preservanti del legno rappresentano un insieme di sostanze sviluppate dall’uomo per proteggere uno dei materiali più antichi e preziosi della sua storia: il legno. Fin dall’epoca preistorica, l’uomo ha fatto affidamento su questo materiale naturale per costruire abitazioni, utensili, imbarcazioni e strumenti di lavoro, sfruttandone la leggerezza, la resistenza e la facilità di lavorazione.

Tuttavia, la natura organica del legno lo rende vulnerabile al degrado biologico e ambientale: insetti xilofagi, funghi, muffe, umidità e radiazioni solari possono comprometterne in breve tempo le proprietà meccaniche ed estetiche.

L’esigenza di preservare il legno non è certo moderna. Già le civiltà antiche sperimentavano metodi rudimentali per prolungarne la durata: gli Egizi usavano oli e resine naturali per trattare sarcofagi e arredi, mentre i Fenici e i Greci impiegavano pece e catrame per proteggere le navi dall’acqua salata e dagli organismi marini. Nel Medioevo era diffuso l’uso di olio di lino e di impregnazioni bituminose, che creavano una barriera protettiva contro l’umidità.

Con l’avvento della rivoluzione industriale, il crescente impiego del legno in costruzioni, infrastrutture e traversine ferroviarie rese necessario lo sviluppo di metodi più efficaci e duraturi. Nacquero così i primi preservanti del legno a base di sali metallici e catrami, capaci di penetrare in profondità nelle fibre e garantire una protezione pluridecennale. Tra Ottocento e Novecento, la ricerca portò all’uso di composti come il creosoto, l’arseniato di rame e altri prodotti poi limitati per motivi di salute e impatto ambientale.

Oggi i preservanti del legno sono al centro di un delicato equilibrio tra efficacia e sostenibilità. Se da un lato è necessario assicurare protezione a lungo termine per ridurre i costi di manutenzione e sostituzione, dall’altro cresce l’esigenza di limitare l’uso di sostanze tossiche, privilegiando soluzioni ecocompatibili e tecniche innovative come la modificazione termica o l’impiego di oli naturali.

Tipologie di degrado del legno

Il legno si trova costantemente esposto a un insieme di fattori che ne riducono la durabilità e per contrastare queste diverse forme di degrado si ricorre ai preservanti del legno, sviluppati per rallentare o impedire tali processi e garantire una vita utile più lunga alle strutture e agli oggetti realizzati con questo materiale.

Il legno, pur essendo un materiale naturale di grande pregio, è vulnerabile a numerosi processi di deterioramento che ne riducono nel tempo resistenza e valore estetico. Le cause di degrado possono essere di origine biologica, fisico-ambientale o chimica, e spesso si sommano tra loro accelerando il processo di danneggiamento.

degrado del legno
degrado del legno

Una delle forme più gravi di degrado è quella biologica. In particolare, i funghi lignivori rappresentano una minaccia costante. Questi organismi, sviluppandosi in condizioni di umidità, si nutrono dei principali componenti del legno come cellulosa e lignina  alterandone profondamente la struttura.

A seconda delle specie fungine coinvolte, si possono avere carie bianche, in cui prevale la degradazione della lignina con conseguente aspetto fibroso e chiaro del legno, oppure carie brune, in cui viene aggredita soprattutto la cellulosa, lasciando un materiale friabile, di colore scuro e dalla tipica frattura cubica. Esiste anche la cosiddetta carie soffice, più superficiale, che si manifesta in ambienti particolarmente umidi e che porta a un deterioramento progressivo delle fibre.

A questi danni si aggiungono quelli provocati dagli insetti xilofagi, come tarli come l’Anobium punctatum, capricorni, formiche carpentiere e soprattutto termiti. Questi animali scavano gallerie e camere all’interno del legno per nutrirsi di cellulosa, lasciando segni visibili come piccoli fori e rosume, ovvero la polvere legnosa prodotta durante la loro attività. Nei casi più gravi, soprattutto quando sono coinvolte le termiti in climi caldi e umidi, il legno può perdere completamente la sua funzionalità strutturale, arrivando persino al collasso di interi edifici.

Accanto al degrado biologico, il legno subisce anche alterazioni di natura fisica e ambientale. Essendo un materiale igroscopico, tende ad assorbire e rilasciare acqua in base alle condizioni climatiche esterne. Le continue variazioni di umidità provocano rigonfiamenti, ritiri e deformazioni, che a lungo andare sfociano in spaccature e fessurazioni.

L’umidità persistente, inoltre, costituisce un terreno favorevole per l’insediamento di funghi e muffe. Anche l’esposizione alla luce solare contribuisce al degrado: i raggi ultravioletti degradano la lignina superficiale, causando scolorimento, perdita di brillantezza e formazione di microfessure che aprono la strada a ulteriori agenti deterioranti. Le escursioni termiche, infine, con l’alternanza di caldo e freddo, sollecitano continuamente le fibre del legno; in climi rigidi, il congelamento dell’acqua assorbita esercita pressioni interne che possono portare a distacchi e rotture.

Esistono poi fenomeni di degrado chimico, meno frequenti ma non trascurabili. Il contatto con sostanze aggressive, come acidi e basi, oppure con agenti inquinanti presenti nell’atmosfera, accelera l’invecchiamento del legno. In aree industriali o urbane particolarmente esposte a ossidi di zolfo e di azoto, ad esempio, il legno può perdere compattezza e risultare più vulnerabile all’azione degli agenti biologici e ambientali. Risulta quindi indispensabile per preservare sia antichi manufatti che elementi di arredo l’utilizzo dei preservanti del legno.

Preservanti chimici

Per gran parte del Novecento, la protezione del legno si è basata soprattutto sull’impiego di preservanti del legno di tipo chimico, costituiti da miscele di composti in grado di penetrare nelle fibre e rendere il materiale resistente all’azione di funghi, insetti e agenti atmosferici.

Questi prodotti hanno avuto un ruolo fondamentale nello sviluppo delle infrastrutture moderne: senza di essi, ad esempio, traversine ferroviarie, pali telefonici e molte strutture portanti non avrebbero potuto garantire la necessaria durabilità.

I preservanti del legno di tipo chimico agiscono secondo due modalità principali: alcuni hanno funzione biocida, cioè uccidono o inibiscono l’attività di organismi dannosi; altri invece svolgono un’azione repellente, creando condizioni sfavorevoli all’insediamento di funghi e insetti.

La loro efficacia dipende non solo dalla composizione chimica, ma anche dal metodo di applicazione, che può variare da semplici impregnazioni superficiali fino a processi in autoclave ad alta pressione, capaci di garantire una penetrazione profonda.

Tra i prodotti storicamente più utilizzati figurano:

Creosoto
Creosoto

Creosoto: derivato dalla distillazione del catrame di carbone, è stato per oltre un secolo uno dei preservanti del legno più impiegati, soprattutto per legni destinati a infrastrutture esterne come pali e traversine ferroviarie. Il creosoto possiede ottime proprietà idrorepellenti e biocide, ma presenta anche un’elevata tossicità e un forte impatto ambientale. Per questo motivo il suo uso è oggi fortemente limitato e regolamentato.

Sali di rame, boro e zinco: soluzioni acquose di composti metallici che si fissano nelle fibre del legno, conferendo resistenza agli attacchi fungini e agli insetti xilofagi. Sono stati largamente impiegati per il trattamento di legno strutturale, grazie alla loro efficacia e relativa economicità.

Composti organici in solvente: resine sintetiche, oli protettivi e biocidi organici che penetrano nel legno creando una barriera sia contro l’umidità sia contro l’attacco biologico. Rispetto ai preservanti del legno inorganici, hanno il vantaggio di mantenere meglio l’aspetto naturale del legno.

Arsenocromato di rame (CCA): largamente usato fino agli anni Duemila per la sua grande efficacia, combinava la protezione contro funghi, insetti e marcescenze. Tuttavia, a causa della presenza di metalli pesanti e del rischio di rilascio di arsenico, il suo impiego è oggi vietato nell’Unione Europea e in molti altri Paesi.

Nonostante l’efficacia, i preservanti del legno di tipo chimico hanno sollevato crescenti preoccupazioni legate alla tossicità e all’impatto ambientale. Molti composti non solo risultano dannosi per l’uomo e per la fauna, ma rendono difficile lo smaltimento e il riciclo del legno trattato. Per questo motivo, la ricerca si sta orientando verso formulazioni meno pericolose e verso alternative di tipo fisico o naturale, capaci di garantire una protezione durevole senza compromettere la sostenibilità.

Trattamenti fisici e naturali

Parallelamente all’impiego dei preservanti  del legno di tipo chimico, negli ultimi decenni si è sviluppata una crescente attenzione verso soluzioni più rispettose dell’ambiente e della salute umana. L’obiettivo è quello di proteggere il legno in maniera efficace, senza introdurre sostanze tossiche o difficili da smaltire. Ne sono nate diverse tecniche basate su processi fisici o su prodotti naturali, che oggi rappresentano una valida alternativa – o un utile complemento – ai tradizionali trattamenti chimici.

Trattamenti termici

Uno dei metodi più diffusi è la modificazione termica del legno. Il processo prevede il riscaldamento del materiale a temperature comprese tra 180 e 220 °C, in atmosfera controllata e con ridotta presenza di ossigeno per evitare la combustione. Il calore modifica la struttura chimica della cellulosa e della lignina, rendendo il legno meno igroscopico, più stabile dimensionalmente e meno appetibile per funghi e insetti. Sebbene la resistenza meccanica possa leggermente diminuire, il trattamento termico prolunga notevolmente la durata del legno, soprattutto in ambienti esterni.

Oli e sostanze naturali

Un approccio più tradizionale ma ancora molto apprezzato è l’uso di oli naturali, come l’olio di lino, di tung o di canapa. Queste sostanze penetrano nei pori del legno, creando una barriera idrorepellente che rallenta l’assorbimento di acqua e limita la formazione di muffe. Oltre alla protezione, gli oli conferiscono al legno una finitura calda e naturale, esaltandone la venatura. Spesso vengono combinati con cere vegetali o animali, che migliorano la resistenza superficiale e riducono l’azione abrasiva degli agenti atmosferici.

Rivestimenti superficiali

Tra i metodi più comuni rientrano anche vernici, impregnanti e cere protettive. Questi rivestimenti formano un film sulla superficie del legno che lo protegge dall’umidità, dalle radiazioni ultraviolette e dall’abrasione. Gli impregnanti, in particolare, non si limitano a ricoprire la superficie, ma penetrano parzialmente nelle fibre, offrendo una protezione più duratura e mantenendo la traspirabilità del materiale. Rispetto ai trattamenti chimici in profondità, questi rivestimenti richiedono una manutenzione più frequente, ma sono meno invasivi e più facili da rinnovare.

Tecniche innovative e nanotecnologie

La ricerca più recente ha portato allo sviluppo di soluzioni innovative, come l’impiego di nanoparticelle con proprietà antimicrobiche e idrorepellenti. Le nanoparticelle di ossidi metallici, ad esempio, possono essere incorporate in rivestimenti trasparenti che proteggono il legno dai raggi UV e limitano la crescita di funghi e batteri. Queste tecnologie sono ancora in fase di sperimentazione e di diffusione commerciale, ma rappresentano una prospettiva promettente per coniugare efficacia e sostenibilità.

trattamenti
trattamenti

I trattamenti fisici e naturali rispondono a una duplice esigenza: preservare il legno senza ricorrere a sostanze tossiche e rispettare i principi della sostenibilità. Sebbene talvolta richiedano una manutenzione più regolare rispetto ai metodi chimici, consentono di prolungare la vita utile del legno riducendo al minimo l’impatto ambientale e migliorando la compatibilità con le normative più recenti.

Criteri di scelta 

La scelta dei preservanti del legno non può essere casuale: essa dipende da una serie di fattori legati sia alle caratteristiche del legno stesso sia alle condizioni ambientali e all’uso previsto. Comprendere questi criteri è essenziale per garantire una protezione efficace e durevole.

Innanzitutto, occorre considerare la tipologia di legno. Alcune specie legnose, come i legni duri tropicali, possiedono naturalmente una buona resistenza biologica e richiedono trattamenti meno intensivi, mentre legni teneri o locali, come il pino o l’abete, sono più suscettibili ad attacchi fungini e xilofagi. La densità, la porosità e il contenuto naturale di resine influenzano la capacità del legno di assorbire e trattenere i preservanti del legno, determinando in parte la scelta del prodotto e del metodo di applicazione.

Un secondo criterio fondamentale è l’uso previsto del legno. Strutture portanti, travi esterne, pavimentazioni o mobili da interno hanno esigenze molto diverse. Il legno destinato ad ambienti esterni o a contatto con il suolo richiede trattamenti profondi e duraturi, in grado di resistere a umidità, funghi e insetti, mentre il legno d’arredo o di finitura può essere protetto con impregnanti superficiali o oli naturali, sufficienti a garantire estetica e durata senza ricorrere a prodotti chimici intensivi.

Anche le condizioni ambientali giocano un ruolo determinante. In zone umide o marine, l’umidità costante e la presenza di sali accelerano il degrado, rendendo necessari preservanti del legno più efficaci o combinazioni di trattamenti chimici e fisici. In climi secchi, al contrario, l’attenzione si concentra più sulla protezione dai raggi UV e dagli sbalzi termici, fenomeni che favoriscono crepe e scolorimento.

Infine, negli ultimi anni, la compatibilità ambientale e normativa è diventata un criterio imprescindibile. Normative europee e nazionali limitano l’uso di alcuni composti chimici pericolosi, come arsenico, cromo e composti organici persistenti nei preservanti del legno e promuovono l’adozione di preservanti del legno ecocompatibili o trattamenti naturali. La scelta dei preservanti del legno deve dunque tenere conto non solo dell’efficacia, ma anche della sicurezza per l’uomo e per l’ambiente, e della possibilità di smaltimento corretto del legno trattato al termine del suo ciclo di vita.

In sintesi, scegliere i preservanti del legno più adatti significa valutare in modo integrato: la specie legnosa, la destinazione d’uso, l’ambiente di esposizione e le implicazioni ambientali e normative. Solo così è possibile combinare durabilità, sicurezza e sostenibilità, ottenendo legno protetto senza comprometterne le qualità estetiche e funzionali.

Impatto ambientale e normative

L’uso dei preservanti del legno ha da sempre sollevato questioni ambientali e sanitarie. Molti dei composti chimici più efficaci utilizzati nei preservanti del legno, come il creosoto o l’ arsenocromato di rame se da un lato garantivano una protezione duratura, dall’altro presentavano elevata tossicità e potenziale contaminazione del suolo e delle acque. I residui di questi prodotti possono persistere a lungo nell’ambiente e accumularsi negli organismi, rappresentando un rischio sia per gli ecosistemi sia per la salute umana.

Proprio per questi motivi, negli ultimi decenni si sono sviluppate regole sempre più restrittive sull’impiego dei preservanti del legno. Nell’Unione Europea, la normativa sui biocidi (Biocidal Products Regulation, BPR) stabilisce quali sostanze siano autorizzate per il trattamento del legno e in quali condizioni. Alcuni composti storici, come il CCA, sono stati vietati per usi residenziali e in molte applicazioni esterne, mentre restano consentiti solo per impieghi industriali specifici, con controlli rigorosi sullo smaltimento.

Le normative attuali incentivano l’uso di preservanti del legno a basso impatto ambientale, siano essi a base di sali meno tossici, oli naturali, rivestimenti superficiali o legno modificato termicamente. Parallelamente, le direttive pongono l’accento sulla trasparenza dell’etichettatura, sull’uso sicuro da parte degli operatori e sulla corretta gestione del fine vita del legno trattato, che deve essere smaltito evitando contaminazioni.

L’attenzione alle questioni ambientali ha portato anche alla crescita della ricerca sulle alternative sostenibili nell’ambito dei preservanti del legno: ad esempio, nanoparticelle naturali o minerali che offrono protezione antimicrobica senza rilasciare composti persistenti, oppure trattamenti termici e impregnazioni con oli vegetali, che riducono la necessità di prodotti chimici aggressivi.

Pertanto la scelta e l’uso dei preservanti del legno oggi non possono prescindere da un approccio consapevole, che contempli efficacia, durabilità, sicurezza e tutela ambientale. L’evoluzione normativa e le innovazioni tecnologiche puntano a garantire che il legno possa essere protetto in modo efficace, senza compromettere la salute degli ecosistemi e degli esseri viventi.

Conclusione

I preservanti del legno rappresentano una componente fondamentale nella protezione di uno dei materiali naturali più antichi e versatili dell’umanità. Attraverso la storia, dall’uso di resine, oli e catrami da parte delle civiltà antiche, fino agli avanzati preservanti del legno chimici e ai moderni trattamenti fisici e naturali, l’uomo ha costantemente cercato di prolungare la vita del legno, garantendo durabilità e sicurezza nelle costruzioni, negli arredi e nelle infrastrutture.

Oggi, la scelta dei preservanti del legno richiede un equilibrio tra efficacia, sostenibilità e normative ambientali. I trattamenti chimici tradizionali offrono protezione profonda e lunga durata, ma il loro impatto ecologico e sanitario ha portato alla diffusione di alternative più ecocompatibili, come oli naturali, rivestimenti superficiali, modificazioni termiche e soluzioni innovative basate su nanotecnologie.

Comprendere le tipologie di degrado del legno, biologico, fisico e chimico e valutare attentamente tipologia di legno, uso previsto e condizioni ambientali sono passaggi fondamentali per scegliere il trattamento più adatto. Solo così è possibile ottenere un legno protetto, sicuro e durevole, rispettando allo stesso tempo la salute delle persone e la tutela dell’ambiente.

Pertanto la protezione del legno non è soltanto una questione tecnica: è un modo per valorizzare e preservare un materiale naturale insostituibile, combinando tradizione, innovazione e consapevolezza ambientale.

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