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Curaro

  |   Chimica, Chimica Organica

Il curaro è un estratto ottenuto da alcune piante provenienti dalle terre del bacino dell’Orinoco.  Gli indigeni utilizzavano il curaro per avvelenare le proprie frecce essendo in grado di uccidere animali e uomini in pochi minuti.

L’urari o woorari, come era chiamato dai nativi del luogo significa “chi lo riceve cade” ed era estratto dalla radice o dal fusto del Chondrodendron tomentosum.

Questo veleno, di cui erano intinte le frecce degli indigeni, portava a morte le prede per:

  • paralisi dei muscoli scheletrici
  • blocco della respirazione con conseguente asfissia nei casi di avvelenamento da curaro.

Il navigatore e corsaro britannico Walter Raleigh menzionò per primo l’uso delle frecce avvelenate nel suo libro Discovery of the large, rich and beautiful Empire of Guaina.

Struttura

Il principale alcaloide responsabile dell’azione del curaro è il cloruro di tubocurarina.  Il chimico inglese Harold King isolò per primo questo composto in forma cristallina nel 1897.

La tubocurarina, la cui struttura è stata determinata nel 1970 è derivato della benzilisochinolina composto eterociclico aromatico. Questo composto costituisce lo scheletro strutturale di molti alcaloidi

Il chimico italiano Giovanni Battista Marini Bettolo Marconi negli anni ’40 dello scorso secolo isolò  la tubocurarina  da alcune frecce provenienti dall’America meridionale.

Da veleno a farmaco

La tubocurarina a basse dosi inibisce la contrazione dei muscoli competendo con l’acetilcolina a livello dei recettori e impedendo la trasmissione dell’impulso nervoso.

Il 23 gennaio1942 i medici Griffith e Johnson presso l’ospedale omeopatico di Montreal introdussero nella pratica anestesiologica la molecola della tubocurarine.

I risultati clinici di Griffith e Johnson stimolarono l’interesse dei ricercatori.  Nel 1946 il biochimico svizzero Daniel Bovet iniziò la ricerca sui curari di sintesi. Fece l’ipotesi che l’attività curarizzante fosse determinata dalla presenza di due gruppi ammonio quaternari in una molecola che avesse le dimensioni o l’ingombro di quelle della tubocurarina.

I chimici dell’Istituto Pasteur di Parigi prima e successivamente quelli dell’Istituto Superiore di Sanità di Roma, sintetizzarono su questo modello numerosi composti. La loro attività biologica confermava in pieno l’ipotesi di Bovet, tra le quali la gallamina e la succinilcolina.

Dal 1950 sulla strada aperta dai lavori di Bovet sono stati sintetizzati prodotti che presentano nella molecola di due gruppi ammonici quaternari opportunamente separati. Il cui uso si è affermato ed è entrato nella pratica dell’anestesia.

Una sostanza naturale che è un potente veleno, grazie agli studi di tanti scienziati, è divenuto un farmaco che ha aperto la strada a tanti tipi di anestesia.

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