Chimica

Piroforicità: materiali piroforici solidi, liquidi, gassosi

il 27 Luglio 2016

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piroforicità

La piroforicità è quel fenomeno per il quale alcune sostanze dette piroforiche danno luogo a una combustione spontanea a contatto con l’aria ad una temperatura di 54°C o anche più bassa.

Il termine pirofòrico deriva dal greco πῦρ (fuoco) e φορός (che porta). Fenomeni riconducibili alla piroforicità erano già noti nel XVIII secolo: nel 1777 il chimico tedesco Johann Christian Wiegleb descrisse materiali capaci di incendiarsi spontaneamente all’aria. Pochi decenni dopo, Johann Wolfgang Döbereiner sviluppò la celebre lampada di Döbereiner, basato sull’uso di platino finemente suddiviso, capace di innescare l’ossidazione dell’idrogeno proprio grazie al comportamento piroforico del catalizzatore.

La piroforicità è quindi un fenomeno di grande interesse non solo teorico, ma anche applicativo e normativo. La classificazione delle sostanze piroforiche è infatti esplicitamente prevista nei sistemi di regolamentazione della sicurezza chimica, poiché il rischio di accensione spontanea le rende particolarmente pericolose durante stoccaggio, trasporto e utilizzo.
I materiali piroforici possono presentarsi in fase solida, liquida o gassosa. I fattori che influenzano la piroforicità di un materiale sono svariati; nel caso di un materiale solido se è finemente suddiviso e presenta quindi un’elevata area superficiale ha una maggiore piroforicità.

piroforicità

I materiali piroforici sono tendenzialmente igroscopici e quindi in presenza di umidità tendono ad assorbire acqua liberando una notevole quantità di calore che fa aumentare la temperatura del materiale fino a provocare l’autoaccensione.

Alcuni materiali piroforici vengono usati da soli o in lega per la produzione di pietrine per accendisigari, come catalizzatori come quelli contenenti cobalto e nichel per la possibile formazione di metallo carbonili e come reattivi nelle sintesi organiche.

Le leghe piroforiche trovano impiego nella preparazione di apparecchi di accensione del tipo più svariato e sono costituite generalmente da ferro e cerio e lantanio.

E’ necessario quindi conoscere i materiali piroforici onde evitare possibili incidenti e operare secondo criteri di sicurezza sebbene vi siano sostanze subdole, apparentemente innocue come polveri fini di ossidi metallici che possono essere piroforiche.

Materiali che mostrano piroforicità

Materiali piroforici solidi

Tra i materiali piroforici solidi si annoverano:

1)      Il fosforo bianco P4 che oltre a essere piroforico dà luogo alla formazione di anidride fosforica P2O5 che reagisce con i composti contenenti acqua disidratandoli con formazione di acido fosforico H3PO4 e calore che brucia i tessuti molli provocando la distruzione dei tessuti organici

2)      Metalli alcalini e alcuni metalli in polvere finemente suddivisa come alluminio, magnesio, titanio, zirconio

3)      Reattivi di Grignard

4)      Composti organometallici

5)      Catalizzatori usati nelle reazioni di idrogenazione come il Nichel Raney

Materiali piroforici liquidi

Tra i materiali piroforici liquidi si annoverano:

1)      Composti metallorganici in cui sono presenti alluminio, gallio, indio e zinco

2)      Trietilborano usato per promuovere l’accensione di carburanti in aviogetti e razzi

3)      t-butillitio energico nucleofilo

4)      Zincodietile utilizzato come nucleofilo in reazioni di addizione al gruppo carbonilico

5)      Trietilalluminio utilizzato come co-catalizzatore nei catalizzatori Ziegler Natta per la produzione di polietilene e polipropilene che, oltre ad essere piroforico, reagisce violentemente con l’acqua liberando gas infiammabili

Materiali piroforici gassosi

Tra i materiali piroforici gassosi si annoverano:

1)      Idruri di non metalli come fosfina, arsina, diborano e silani

2)      Metallocarbonili come Ni(CO)4, Fe(CO)5 e Co2(CO)8

Piroforicità e autoaccensione

La piroforicità e l’autoaccensione sono fenomeni spesso confusi, poiché entrambi conducono a una combustione senza l’uso diretto di una fiamma o di una scintilla esterna. Tuttavia, dal punto di vista scientifico e normativo, si tratta di processi distinti per meccanismo, condizioni di innesco e implicazioni di sicurezza.

La piroforicità è una proprietà intrinseca di alcune sostanze, che si incendiano spontaneamente a contatto con l’aria, tipicamente a temperatura ambiente o comunque inferiore a 54 °C. In questo caso l’innesco non richiede un accumulo preliminare di calore: la reazione di ossidazione con l’ossigeno atmosferico è talmente rapida ed esotermica da generare immediatamente la combustione. Il fenomeno è fortemente influenzato dalla reattività chimica del materiale e dalla superficie di contatto, risultando particolarmente evidente in polveri metalliche, solidi porosi e composti organometallici.

L’autoaccensione, invece, è un processo termicamente indotto. Si verifica quando una sostanza viene riscaldata fino a raggiungere la cosiddetta temperatura di autoaccensione, oltre la quale la reazione di ossidazione diventa autosostenuta. A differenza della piroforicità, l’autoaccensione non è immediata e presuppone un accumulo progressivo di calore, che può derivare da una fonte esterna (superfici calde, attrito, compressione) o da reazioni interne lente, come l’ossidazione graduale o la decomposizione esotermica.

Dal punto di vista pratico, la distinzione è cruciale:

  • una sostanza piroforica rappresenta un pericolo immediato non appena viene esposta all’aria;

  • una sostanza soggetta ad autoaccensione diventa pericolosa solo se supera determinate condizioni di temperatura e dissipazione termica.

In sintesi, mentre l’autoaccensione è legata a un superamento di una soglia termica, la piroforicità è legata alla natura chimica del materiale e alla sua interazione diretta con l’ossigeno, rendendo quest’ultima una delle forme più insidiose di combustione spontanea.

Applicazioni della piroforicità

Accensione e generazione di fiamma

Una delle applicazioni storicamente più note della piroforicità riguarda i dispositivi di accensione. La già citata lampada di Döbereiner (XIX secolo) sfruttava la capacità del platino finemente suddiviso di innescare spontaneamente la combustione dell’idrogeno in aria. Un principio analogo è alla base delle pietrine ferro-cerio degli accendini moderni, in cui la rapida ossidazione di particelle metalliche strappate per attrito genera scintille incandescenti.

Industria chimica e catalisi

In ambito industriale, materiali piroforici trovano impiego come catalizzatori attivi, soprattutto nella chimica organica e petrolchimica. Metalli come nichel, ferro o cobalto finemente suddivisi mostrano un’elevata reattività superficiale che li rende estremamente efficaci nel promuovere reazioni di idrogenazione e cracking. In questi casi la piroforicità è il segnale di una superficie catalitica altamente attiva, anche se impone severe misure di passivazione e gestione in atmosfera inerte.

Sintesi chimica e chimica organometallica

Molti reagenti fondamentali per la sintesi chimica moderna sono intrinsecamente piroforici. Gli alchilalluminî (come il trietilalluminio) e alcuni alchilborani vengono utilizzati come iniziatori di reazione, agenti riducenti o co-catalizzatori nella polimerizzazione delle olefine (processi Ziegler–Natta e metallocenici). La loro piroforicità, pur rappresentando un rischio, è direttamente collegata alla loro eccezionale reattività chimica, che li rende insostituibili in numerosi processi industriali.

Applicazioni militari e aerospaziali

In ambito militare, la piroforicità è stata sfruttata per la realizzazione di munizioni incendiarie e traccianti, in particolare attraverso l’uso del fosforo bianco, che si incendia spontaneamente all’aria producendo fiamme intense e fumo opaco. Anche in campo aerospaziale, alcuni propellenti  utilizzano componenti piroforici per garantire un’accensione affidabile e immediata nei motori a razzo, eliminando la necessità di sistemi di accensione complessi.

Sensori e sistemi di sicurezza

In applicazioni più recenti e controllate, materiali piroforici o quasi-piroforici sono studiati per la realizzazione di sensori di ossigeno o di perdite di gas, nei quali una variazione rapida di reattività superficiale segnala la presenza di aria o di ossidanti. In questo caso la piroforicità non viene sfruttata fino alla combustione vera e propria, ma come indicatore estremo di reattività.

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