Numero di iodio
Il numero di iodio (IN, o valore di iodio IV) è un parametro fondamentale che misura il grado di insaturazione in oli vegetali, grassi animali e cere. Negli acidi grassi, l’insaturazione si manifesta attraverso la presenza di doppi legami, molto reattivi verso gli alogeni, in particolare verso lo iodio.
Dal punto di vista analitico, il numero di iodio è definito come la quantità di iodio (espressa in grammi) che reagisce con 100 g di sostanza grassa: valori elevati corrispondono a un alto contenuto di acidi grassi insaturi, mentre valori bassi indicano una prevalenza di acidi grassi saturi.
Oltre al settore alimentare e industriale, questo parametro ha un ruolo di rilievo anche nel campo dei biocarburanti: il numero di iodio viene utilizzato per valutare il grado di insaturazione del biodiesel, un aspetto che influisce direttamente sulla sua stabilità ossidativa, sulla qualità e sulle prestazioni di combustione.
La determinazione del numero di iodio rappresenta quindi un esempio specifico di iodometria e costituisce un indice semplice ma estremamente utile per la selezione, classificazione e controllo di qualità di oli, grassi e derivati energetici.
Determinazione sperimentale
Il numero di iodio (IV) si determina facendo reagire i doppi legami degli acidi grassi con monocloruro di iodio (ICl), disciolto in una miscela di acido acetico e cicloesano, a contatto con il campione di prova. Avviene una reazione di addizione elettrofila al doppio legame, molto simile a quella con gli alogeni (Cl₂, Br₂), ma in questo caso il legame I–Cl è polarizzato: il cloro è più elettronegativo e ha una parziale carica negativa (δ–) mentre lo iodio che ha una minore elettronegatività ha una parziale carica positiva (δ+).
La reazione avviene con formazione di un intermedio carbocationico e segue la regola di Markovnikov:

In questa fase, lo iodio si addiziona ai doppi legami presenti negli acidi grassi insaturi.
L’eccesso di monocloruro di iodio che non ha reagito con i doppi legami viene quindi trasformato in iodio libero (I₂) tramite aggiunta di una soluzione di ioduro di potassio (KI) in acqua:

Lo iodio così liberato viene infine retrotitolato con una soluzione standardizzata di tiosolfato di sodio (Na₂S₂O₃), utilizzando salda d’amido come indicatore. Il punto finale della titolazione è riconoscibile dalla scomparsa del colore blu caratteristico del complesso amido-iodio.
Nella determinazione del numero di iodio si esegue sempre una titolazione del bianco, cioè una prova condotta con gli stessi reagenti e nelle stesse condizioni ma senza campione. In questo modo si misura la quantità totale di reagente iodurante (ICl) inizialmente disponibile.
Quando si analizza il campione, una parte del monocloruro di iodio reagisce con i doppi legami degli acidi grassi, mentre il resto rimane libero. Titolando con tiosolfato, si determina la quantità di iodio residuo.
La differenza tra il volume di tiosolfato consumato nel bianco e quello consumato nel campione corrisponde quindi alla quantità di iodio che ha effettivamente reagito con il campione, ed è direttamente proporzionale al grado di insaturazione della sostanza grassa.
Reagenti tipici
Soluzione di Wijs: ICl in acido acetico glaciale (metodo più diffuso e riproducibile). Scoperto nel 1814 da Gay-Lussac, il monocloruro di iodio è il primo composto interalogeno scoperto.
(Alternativa storica: soluzione di Hanus costituita da IBr meno usata)
Ioduro di potassio (KI), sol. acquosa ~10%
Tiosolfato di sodio (Na₂S₂O₃), standardizzato (≈ 0,1 N)
Salda d’amido (indicatore, soluzione preparata di fresco)
Acido acetico glaciale (anidro)
Solvente inerte cloroformio/acido acetico o solo acido acetico glaciale indica l’acido acetico puro e anidro (≥ 99–100%). È fondamentale che sia privo di acqua, perché l’acqua interferirebbe con la reazione iodurante e con la stabilità del monocloruro di iodio (ICl). L’acido acetico glaciale funge da solvente polare protico, solubilizza bene sia il campione lipidico che lo ICl, mantiene il mezzo acido, necessario per evitare reazioni indesiderate e limita la presenza di acqua che degraderebbe lo ICl.
Apparecchiature

Vetreria asciutta e ambrata
Flaconi con tappo a smeriglio a chiusura ermetica
Buretta ambrata tarata, pipette, bilancia analitica (±0,1 mg)
Bagno termostatato (opzionale per matrici difficili)
Procedura (metodo di Wijs, schema operativo)
Pesata: pesare m grammi di campione (tipicamente 0.1–0.5 g per oli molto insaturi; 0.5–1.0 g per grassi più saturi)
Dissoluzione: sciogliere nel volume prescritto di acido acetico (eventualmente con piccola quota di cloroformio).
Iodurazione: aggiungere volume noto di soluzione di Wijs (in eccesso), tappare e lasciare al buio a temperatura ambiente per 30 min (oli moderatamente insaturi) fino a 1 h (oli più reattivi/siccativi).
Sviluppo dello iodio: aggiungere KI (10%) e diluire con acqua distillata. Si forma I₂ in proporzione all’eccesso di iodio rimasto.
Titolazione: titolare subito con Na₂S₂O₃ standardizzato fino a colore giallo pallido; aggiungere salda d’amido e proseguire fino alla scomparsa del blu (incolore).
Bianco: eseguire un bianco con gli stessi reagenti e volumi, senza campione.
Calcoli:
La reazione tra iodio e tiosolfato è:
I2 + 2 S2O32-→ 2 I– + S4O62-
Peso equivalente di I2 = 253.8 /2 = 126.9 g/eq
g di I2 titolati = V (mL) · N · 126.9/1000
g di I2 in 100 g di campione = g I2 misurati · 100 g/ massa campione
g di I2 titolati = V (mL) · N · 126.9/1000 = V (mL) · N · 126.9/1000 (100 g/ massa campione) = V (mL) · N · 12.69/m
Numero di iodio (g I2 /100 mL) = (VB – Vs)N · 12.69/m
Dove:
VB = mL di tiosolfato consumati nel bianco (senza campione)
VS = mL di tiosolfato consumati nel campione
N = normalità della soluzione di tiosolfato di sodio (eq/L)
m = massa del campione in g
12.69 = costante che incorpora i fattori di conversione
La differenza VB −VS è proporzionale all’iodio che ha reagito con le insaturazioni del campione.
Esempio:
Campione 0.3000 g;N=0.1000 N
VB =25. 20 mL; VS=10.40 mL
Numero di iodio = (25.20 – 10.40) · 0.100 · 12.9/ 0.300 = 62.7
Note critiche e accorgimenti
Luce/ossigeno: eseguire reazione al buio; usare vetreria asciutta e reagenti anidri per evitare iodolisi e ossidazioni spurie.
Tempo di reazione: eccessi prolungati possono introdurre reazioni secondarie (sovrastima).
Matrici ossidate: per campioni irranciditi o con perossidi, l’IV può risultare alterato. Verificare numero di perossidi o p-anisidina a supporto.
Alogeno alternativo: il vecchio reagente di Hanus (IBr) è più sensibile all’acqua e meno riproducibile.
Controllo qualità: includere standard certificati (SRM) o oli di riferimento interni; riportare incertezza.
Sicurezza: acido acetico glaciale e ICl sono corrosivi; lavorare sotto cappa, DPI completi; smaltire come rifiuto alogenato.
Tabella con valori tipici di numero di iodio per i principali oli e grassi vegetali e animali
| Tipo di olio/grasso | Numero di iodio (g I₂ / 100 g) | Note principali |
| Olio di lino | 175–210 | Molto insaturo, ricco di acidi grassi polinsaturi (ω-3) |
| Olio di soia | 120-135 | Elevato contenuto di acidi polinsaturi |
| Olio di girasole | 120- 145 | Polinsaturi, suscettibile a ossidazione |
| Olio di mais | 115-130 | Ricco di linoleico (C18:2) |
| Olio di canola (colza) | 110-115 | Equilibrato tra mono- e polinsaturi |
| Olio di arachidi | 85-100 | Monoinsaturo |
| Olio di oliva | 80-90 | Predominanza di acido oleico |
| Olio di palma | 50-55 | Parzialmente saturo, stabile |
| Strutto | 45-55 | Grasso animale con discreta insaturazione |
| Lardo | 45-55 | Simile allo strutto |
| Burro | 25-35 | Prevalenza di acidi saturi |
| Olio di cocco | 7-10 | Molto saturo, quasi privo di doppi legami |
Gli oli siccativi come olio di lino e di soia hanno numero di iodio elevati (> 120), reagiscono facilmente con ossigeno e sono usati anche in vernici e resine.
Gli oli semisiccativi come olio d’oliva e arachidi hanno numero di iodio intermedio, e sono più stabili all’ossidazione.
I grassi saturi animali hanno bassi valori del numero di iodio (< 55), e sono molto resistenti all’irrancidimento.
Numero di iodio e biodiesel
Il numero di iodio è un indice diretto del numero di doppi legami presenti nel biodiesel e, di conseguenza, del suo grado di insaturazione. Questa caratteristica ha un impatto significativo sulle proprietà del combustibile: un elevato grado di insaturazione riduce la stabilità ossidativa e favorisce fenomeni di polimerizzazione dei gliceridi, che possono portare alla formazione di depositi negli iniettori dei motori diesel.
Il numero di iodio è strettamente correlato a parametri chiave come la viscosità del biodiesel, il numero di cetano e le caratteristiche di flusso a freddo (ad esempio il punto di intasamento del filtro a freddo). Per garantire la qualità e l’affidabilità del carburante, la norma europea EN 14214 stabilisce che il numero di iodio del biodiesel non debba superare i 120 g di iodio/100 g di prodotto.
Un valore troppo elevato comporta diversi effetti negativi: riduzione del numero di cetano, minore stabilità all’ossidazione e formazione di prodotti di degradazione che determinano problemi al motore, come polimerizzazioni sugli iniettori, accumulo di residui carboniosi, intasamento dei fori degli ugelli e potenziali danni alla camera di combustione. Inoltre, la degradazione ossidativa progressiva del carburante, accompagnata da una variazione del numero di iodio, può compromettere la lubrificazione e ridurre la vita utile del motore.
I valori tipici di numero di iodio (IV) per diversi tipi di biodiesel, a seconda dell’olio/grasso di origine sono mostrati nella seguente tabella
Tabella con valori tipici di numero di iodio per i principali tipi di biodiesel
| Tipo di biodiesel (origine) | Numero di iodio (g I₂ / 100 g) | Note |
| Biodiesel da olio di soia | 120-130 | Ricco di acidi grassi polinsaturi, buona fluidità ma poco stabile all’ossidazione |
| Biodiesel da olio di girasole | 115-135 | Buona fluidità ma suscettibile a ossidazione |
| Biodiesel da olio di colza/canola | 95-110 | Profilo equilibrato, spesso usato come standard europeo |
| Biodiesel da olio d’oliva | 80-90 | Prevalentemente monoinsaturo, buon compromesso tra stabilità e fluidità |
| Biodiesel da grassi animali (sego, strutto) | 40-60 | Relativamente saturo, buone proprietà di stabilità |
| Biodiesel da olio di palma | 50-55 | Maggior contenuto di saturi, più stabile ma meno fluido a basse T |
| Biodiesel da olio di cocco | 8–10 | Molto saturo, eccellente stabilità all’ossidazione ma scarsa fluidità |
Normativa
Lo standard EN 14214 (Europa) stabilisce che il numero di iodio del biodiesel deve essere ≤ 120 g I₂/100 g. Questo requisito serve a garantire una buona stabilità ossidativa e a prevenire depositi e polimerizzazioni nei motori.
Biodiesel derivanti da oli come soia o girasole, molto insaturi, spesso superano questo limite e devono essere miscelati con materie prime più sature (palma, sego, cocco) per rientrare nello standard.
Biodiesel derivanti da oli tropicali come l’olio di cocco e grassi animali, più saturi, invece garantiscono valori più bassi, migliorando la stabilità ma peggiorando le proprietà a freddo del biodiesel. Questi biodiesel hanno un numero di iodio basso (tipicamente < 50–60 g I₂/100 g), quindi risultano più stabili all’ossidazione ma meno fluidi a basse temperature (tendenza a solidificare).
Per questo motivo, i biodiesel derivanti dagli oli tropicali sono usati per: abbassare il numero di iodio di miscele ottenute da oli molto insaturi (soia, girasole, colza), migliorare la stabilità ossidativa del prodotto finale ma con la controindicazione di peggiorare le proprietà a freddo (maggiore punto di intorbidamento e filtrabilità).
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il 25 Agosto 2025