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Bioaccessibilità

il 16 Maggio 2026

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bioaccessibilità

La bioaccessibilità misura la proporzione di un composto ingerito con un pasto che è rilasciata dalla matrice alimentare durante la digestione nel contenuto luminale ed è quindi resa disponibile per l’assorbimento nell’intestino tenue oppure per la biotrasformazione da parte del microbiota intestinale.

Questo concetto rappresenta uno dei parametri più importanti nella moderna scienza della nutrizione, consentendo di valutare non solo la presenza di un nutriente o di una sostanza bioattiva in un alimento, ma soprattutto la sua reale possibilità di interagire con l’organismo.

La bioaccessibilità non coincide con la biodisponibilità: essa rappresenta infatti la fase preliminare necessaria affinché un composto possa essere successivamente assorbito e utilizzato a livello fisiologico.

Una sostanza può quindi essere presente in elevate concentrazioni all’interno di un alimento, ma risultare scarsamente bioaccessibile a causa delle interazioni con la matrice alimentare, della sua scarsa solubilità o delle condizioni chimico-fisiche del tratto gastrointestinale. Pertanto il valore nutrizionale reale di un alimento non dipende esclusivamente dal contenuto totale di nutrienti, ma anche dalla quota effettivamente liberata durante la digestione.

La bioaccessibilità è influenzata da fattori, tra cui la struttura della matrice alimentare, il pH gastrointestinale, la presenza di enzimi digestivi, i trattamenti tecnologici e le interazioni tra differenti composti chimici.

Processi come cottura, fermentazione o macinazione possono aumentare la liberazione di vitamine, polifenoli e carotenoidi, migliorandone la disponibilità per l’assorbimento. Al contrario, sostanze antinutrizionali come fitati, sali dell’acido fitico,e ossalati possono ridurre la bioaccessibilità di minerali essenziali quali ferro, zinco e calcio.

Negli ultimi anni questo parametro ha acquisito crescente importanza non solo nella valutazione della qualità nutrizionale degli alimenti, ma anche nella sicurezza alimentare, nella formulazione di nutraceutici e nello studio dell’esposizione umana a contaminanti chimici e metalli pesanti. Per questo motivo la bioaccessibilità rappresenta oggi un tema centrale nella ricerca in ambito alimentare, farmaceutico e ambientale.

Bioaccessibilità dei nutrienti

Nel settore alimentare la bioaccessibilità dei nutrienti rappresenta un aspetto fondamentale per comprendere il reale valore nutrizionale di un alimento. La semplice presenza di vitamine, minerali o composti bioattivi non garantisce infatti che tali sostanze possano essere effettivamente utilizzate dall’organismo. Affinché un nutriente possa esercitare la propria funzione biologica, deve prima essere liberato dalla matrice alimentare durante i processi digestivi e reso disponibile per l’assorbimento intestinale.

La bioaccessibilità dipende da numerosi fattori, tra cui la struttura dell’alimento, la composizione chimica, la presenza di fibre, proteine e lipidi, nonché i trattamenti tecnologici e culinari subiti dall’alimento stesso. In molti casi, la digestione modifica profondamente le interazioni molecolari all’interno della matrice alimentare, influenzando il rilascio dei nutrienti.

Minerali

La bioaccessibilità dei minerali è particolarmente importante in nutrizione umana. Elementi essenziali come ferro, calcio, zinco e magnesio possono essere presenti in quantità elevate negli alimenti ma risultare solo parzialmente disponibili per l’assorbimento intestinale.

bioaccessibilità dei minerali
bioaccessibilità dei minerali

Uno dei principali fattori che ne limitano la bioaccessibilità è rappresentato dalla presenza di composti antinutrizionali. I fitati, abbondanti nei cereali integrali e nei legumi, sono in grado di legare diversi minerali formando complessi poco solubili e difficilmente assorbibili. Anche gli ossalati, presenti ad esempio in spinaci e bietole, possono ridurre la bioaccessibilità del calcio formando sali insolubili.

Al contrario, alcune sostanze possono favorire l’assorbimento minerale. La vitamina C aumenta la solubilità del ferro non eme e ne facilita l’assorbimento intestinale, motivo per cui l’associazione tra alimenti ricchi di ferro vegetale e fonti di acido ascorbico viene spesso raccomandata dal punto di vista nutrizionale.

Vitamine liposolubili e carotenoidi

Le vitamine liposolubili, come vitamina A, D, E e K, richiedono la presenza di lipidi alimentari e sali biliari per essere efficacemente solubilizzate nel tratto gastrointestinale. Di conseguenza, una dieta estremamente povera di grassi può ridurre la loro bioaccessibilità.

Anche i carotenoidi, pigmenti naturali presenti in numerosi vegetali, sono fortemente influenzati dalla struttura della matrice alimentare. Il licopene del pomodoro costituisce uno degli esempi più studiati: i trattamenti termici e la presenza di oli vegetali favoriscono la rottura delle pareti cellulari e migliorano la solubilizzazione del composto, aumentandone la bioaccessibilità.

Polifenoli e composti bioattivi

I polifenoli rappresentano una vasta classe di sostanze bioattive con proprietà antiossidanti. Tuttavia, molti di essi presentano una bioaccessibilità limitata per la loro instabilità chimica e delle interazioni con fibre e proteine alimentari.

In diversi casi il microbiota intestinale svolge un ruolo cruciale nella trasformazione dei polifenoli in metaboliti più facilmente assorbibili. Questo aspetto evidenzia come la bioaccessibilità non dipenda esclusivamente dalle caratteristiche dell’alimento, ma anche dalla composizione della flora batterica intestinale.

Proteine e amminoacidi

La bioaccessibilità delle proteine può variare notevolmente. La digestione proteica dipende dalla struttura tridimensionale delle proteine, dalla presenza di forze intermolecolari e dai trattamenti termici.

La cottura moderata spesso migliora la digestione delle proteine denaturandone la struttura, mentre trattamenti eccessivi possono causare reazioni chimiche che riducono la disponibilità di alcuni amminoacidi essenziali. Inoltre, la presenza di inibitori enzimatici in alcuni vegetali e legumi può limitare l’azione degli enzimi digestivi e ridurre la bioaccessibilità proteica.

Lo studio della bioaccessibilità dei nutrienti permette di comprendere in modo più realistico il valore biologico degli alimenti e rappresenta uno strumento fondamentale nella nutrizione moderna, nella progettazione di alimenti funzionali e nello sviluppo di strategie dietetiche più efficaci.

Fattori che influenzano la bioaccessibilità

La bioaccessibilità di nutrienti, composti bioattivi o contaminanti dipende da un insieme di fattori chimici, fisici e biologici che regolano il rilascio delle sostanze dalla matrice alimentare durante la digestione.

La quantità totale di un composto presente in un alimento non corrisponde infatti necessariamente alla quota realmente disponibile per l’assorbimento intestinale. Numerose variabili possono infatti favorire oppure ostacolare la liberazione e la solubilizzazione delle molecole nel tratto gastrointestinale.

Struttura della matrice alimentare

Uno dei fattori più importanti è rappresentato dalla matrice alimentare, cioè dall’insieme delle strutture fisiche e delle interazioni chimiche che costituiscono l’alimento. Fibre vegetali, proteine, polisaccaridi e lipidi possono intrappolare nutrienti e composti bioattivi, limitandone il rilascio durante la digestione.

Nei vegetali le pareti cellulari ricche di cellulosa ed emicellulosa possono ridurre la liberazione di carotenoidi e polifenoli. Anche la struttura fisica dell’alimento influisce significativamente: alimenti finemente macinati o omogeneizzati presentano generalmente una maggiore bioaccessibilità rispetto a matrici compatte e poco processate, poiché la superficie esposta agli enzimi digestivi aumenta notevolmente.

pH e condizioni gastrointestinali

Le condizioni presenti lungo il tratto gastrointestinale svolgono un ruolo determinante nella bioaccessibilità. Le variazioni di pH influenzano infatti la solubilità e la stabilità chimica di numerosi composti.

L’ambiente acido dello stomaco può favorire la dissociazione di alcuni minerali e aumentarne la solubilizzazione, mentre il pH più alcalino dell’intestino tenue può modificare ulteriormente il comportamento delle molecole.

La presenza di enzimi digestivi, sali biliari e secrezioni pancreatiche contribuisce alla degradazione della matrice alimentare e alla formazione di micelle necessarie per l’assorbimento di sostanze lipofile.

La motilità intestinale e il tempo di permanenza del cibo nel tratto digestivo influenzano inoltre il grado di esposizione dei nutrienti ai processi digestivi.

Processi tecnologici e trattamenti termici

Le tecnologie alimentari possono modificare profondamente la bioaccessibilità dei nutrienti. Processi come cottura, fermentazione, essiccamento, estrusione, macinazione e pastorizzazione alterano la struttura dell’alimento e le interazioni molecolari interne.

In molti casi la cottura migliora la bioaccessibilità rompendo le strutture cellulari vegetali e facilitando il rilascio dei composti bioattivi. È il caso del licopene presente nel pomodoro, che diventa più accessibile dopo trattamento termico.

Tuttavia, temperature elevate o trattamenti troppo prolungati possono provocare degradazione di vitamine termolabili e ossidazione di sostanze sensibili, riducendone la disponibilità biologica.

Interazioni chimiche tra nutrienti

Le interazioni tra differenti composti presenti negli alimenti rappresentano un altro elemento cruciale. Alcune sostanze possono aumentare la bioaccessibilità di specifici nutrienti, mentre altre la riducono.

Per le vitamine liposolubili e i carotenoidi, la presenza di grassi alimentari è invece fondamentale per la formazione delle micelle intestinali necessarie all’assorbimento.

Ruolo del microbiota intestinale

Il microbiota intestinale contribuisce significativamente alla bioaccessibilità e alla trasformazione di molti composti alimentari. I microrganismi presenti nell’intestino sono in grado di degradare fibre, metabolizzare polifenoli e trasformare sostanze poco assorbibili in metaboliti più biodisponibili.

La composizione del microbiota varia notevolmente da individuo a individuo; di conseguenza, la bioaccessibilità di alcuni nutrienti può differire anche in presenza della stessa dieta.

Fattori fisiologici individuali

Età, stato nutrizionale, condizioni patologiche e caratteristiche genetiche influenzano ulteriormente la bioaccessibilità. Alterazioni gastrointestinali, deficit enzimatici o patologie intestinali possono compromettere il rilascio e l’assorbimento dei nutrienti.

Anche lo stato fisiologico dell’organismo può modificare l’efficienza dei processi digestivi e la capacità di assimilazione delle sostanze bioattive.

Nel complesso, la bioaccessibilità è il risultato di molteplici interazioni tra alimento, processi digestivi e caratteristiche individuali. Per questo motivo il valore nutrizionale reale di un alimento non può essere valutato esclusivamente sulla base della sua composizione chimica totale.

Metodi di studio della bioaccessibilità

Lo studio della bioaccessibilità richiede metodologie sperimentali in grado di simulare o valutare il comportamento delle sostanze durante i processi digestivi e il loro potenziale assorbimento da parte dell’organismo. Nel corso degli anni sono stati sviluppati differenti approcci analitici e biologici per determinare la quota di nutrienti, contaminanti o composti bioattivi effettivamente resa disponibile dalla matrice alimentare.

La scelta del metodo dipende dalla sostanza analizzata, dalla matrice e dal livello di accuratezza richiesto. In generale, i metodi di studio possono essere suddivisi in approcci in vitro, in vivo e tecniche analitiche avanzate.

Modelli di digestione in vitro

I modelli di digestione in vitro rappresentano uno degli strumenti più utilizzati nello studio della bioaccessibilità, grazie alla loro rapidità, riproducibilità e ai costi relativamente contenuti. Questi sistemi simulano le condizioni fisiologiche del tratto gastrointestinale mediante l’impiego di enzimi digestivi, fluidi artificiali e variazioni controllate di pH.

Durante le prove l’alimento è sottoposto a fasi successive che riproducono la digestione orale, gastrica e intestinale. In ciascuna fase sono utilizzati enzimi specifici, come amilasi, pepsina e pancreatina, insieme a sali biliari e soluzioni tampone che imitano le condizioni fisiologiche dell’apparato digerente.

Al termine della digestione simulata, la frazione solubilizzata o dispersa nel mezzo digestivo è considerata bioaccessibile e può essere successivamente analizzata mediante tecniche chimiche e strumentali.

I modelli in vitro sono impiegati nello studio di minerali, vitamine, polifenoli, carotenoidi e contaminanti ambientali e permettono di confrontare differenti matrici alimentari valutando l’effetto dei trattamenti tecnologici sulla disponibilità dei nutrienti.

Modelli cellulari

Per approfondire i processi di assorbimento intestinale vengono spesso utilizzati modelli cellulari basati su colture di cellule epiteliali intestinali, come le cellule Caco-2. Questi sistemi consentono di simulare il trasporto dei composti attraverso la barriera intestinale e di valutare la capacità delle sostanze bioaccessibili di attraversare l’epitelio.

L’utilizzo di modelli cellulari rappresenta un livello intermedio tra gli studi in vitro e quelli in vivo, fornendo informazioni più realistiche sul comportamento fisiologico delle molecole.

Studi in vivo

Gli studi in vivo costituiscono l’approccio più completo per valutare bioaccessibilità, assorbimento, metabolismo e biodisponibilità. Possono essere condotti su modelli animali oppure sull’uomo e consentono di analizzare il destino fisiologico delle sostanze dopo l’ingestione.

Questi studi permettono di considerare variabili difficilmente riproducibili in vitro, come metabolismo epatico, attività ormonale, microbiota intestinale e interazioni sistemiche tra organi e tessuti.

Nonostante l’elevata affidabilità biologica, gli studi in vivo presentano costi maggiori, richiedono tempi più lunghi e sono soggetti a limitazioni etiche e normative. Per questo motivo vengono spesso utilizzati come fase di conferma dopo le analisi preliminari in vitro.

Tecniche analitiche

La determinazione quantitativa delle sostanze bioaccessibili richiede tecniche analitiche altamente sensibili e selettive. Tra le metodologie più utilizzate vi sono la cromatografia liquida ad alte prestazioni (HPLC), la spettrometria di massa, la spettroscopia atomica e la ICP-MS (spettrometria di massa con plasma accoppiato induttivamente).

Queste tecniche consentono di identificare e quantificare nutrienti, metaboliti e contaminanti anche a concentrazioni molto basse. L’associazione tra sistemi di digestione simulata e metodi analitici avanzati permette oggi di ottenere dati estremamente accurati sulla bioaccessibilità delle sostanze presenti negli alimenti.

Metodi standardizzati e ricerca moderna

modello INFOGEST
modello INFOGEST

Negli ultimi anni la comunità scientifica ha sviluppato protocolli standardizzati per migliorare la confrontabilità dei risultati ottenuti nei diversi laboratori. Un esempio importante è rappresentato dai modelli INFOGEST, progettati per simulare in maniera armonizzata la digestione gastrointestinale umana.

Parallelamente, la ricerca moderna sta integrando approcci innovativi basati su microfluidica, organoidi intestinali e tecniche ohmiche, con l’obiettivo di comprendere in modo sempre più dettagliato le interazioni tra alimenti, microbiota e organismo umano.

Bioaccessibilità dei contaminanti ambientali

Nel campo delle scienze ambientali, la bioaccessibilità dei contaminanti rappresenta un parametro fondamentale per valutare il reale rischio tossicologico associato all’esposizione umana e ambientale. La concentrazione totale di una sostanza contaminante presente in suolo, acqua, sedimenti o particolato atmosferico non è infatti sufficiente per determinare il suo potenziale effetto biologico.

Solo la frazione che diventa effettivamente disponibile per l’assorbimento da parte dell’organismo può contribuire all’insorgenza di effetti tossici.

La bioaccessibilità ambientale descrive quindi la quota di contaminante che può essere rilasciata dalla matrice in condizioni fisiologiche o ecologiche e diventare disponibile per l’assorbimento attraverso ingestione, inalazione o contatto dermico. Questo concetto è particolarmente importante nella valutazione dell’esposizione cronica a metalli pesanti, pesticidi, composti organici persistenti e altri inquinanti ambientali.

Metalli pesanti e metalloidi

Tra i contaminanti maggiormente studiati vi sono piombo, cadmio, arsenico e mercurio che possono accumularsi nei suoli e nelle catene alimentari. La loro tossicità dipende non solo dalla concentrazione totale, ma anche dalla forma chimica e dalla bioaccessibilità.

bioaccessibilità di metalli pesanti
bioaccessibilità di metalli pesanti

Nel caso del piombo presente nei terreni contaminati solo una parte del metallo ingerito può dissolversi nei fluidi gastrointestinali e risultare assorbibile. Fattori come pH gastrico, composizione del suolo e presenza di materia organica influenzano significativamente questo processo.

Anche l’arsenico mostra comportamenti differenti in funzione della specie chimica presente: alcune forme inorganiche risultano molto più tossiche e bioaccessibili rispetto alle forme organiche.

Contaminanti organici persistenti

Composti come idrocarburi policiclici aromatici (IPA), diossine, policlorobifenili (PCB) e pesticidi persistenti possono legarsi fortemente alle particelle del suolo o ai sedimenti, riducendo in parte la loro disponibilità biologica.

La bioaccessibilità di questi contaminanti dipende dalla loro solubilità, dalla presenza di sostanza organica e dalle proprietà fisico-chimiche della matrice ambientale. In alcuni casi, l’invecchiamento del contaminante nel suolo porta alla formazione di legami molto stabili che ne limitano il rilascio.

Tuttavia, variazioni ambientali o processi biologici possono modificare queste interazioni e aumentare nuovamente la quota bioaccessibile.

Vie di esposizione

L’esposizione ai contaminanti ambientali può avvenire attraverso differenti vie. L’ingestione accidentale di suolo o polveri contaminate rappresenta una delle principali modalità di esposizione, soprattutto nei bambini. Anche l’assunzione di acqua o alimenti contaminati costituisce una fonte importante di rischio.

Nel caso del particolato atmosferico, la bioaccessibilità è legata alla capacità delle particelle inalate di rilasciare metalli o composti tossici nei fluidi polmonari. Pertanto gli studi sulla qualità dell’aria considerano sempre più spesso la frazione bioaccessibile degli inquinanti, oltre alla concentrazione totale.

Metodi di valutazione della bioaccessibilità

La bioaccessibilità dei contaminanti ambientali viene generalmente studiata mediante test di estrazione che simulano le condizioni fisiologiche dell’organismo umano. I modelli in vitro riproducono ad esempio il pH gastrico e intestinale per stimare la quota di contaminante potenzialmente assorbibile dopo ingestione.

Nel caso dei contaminanti inalabili sono invece utilizzati fluidi simulanti l’ambiente polmonare per valutare la dissoluzione delle particelle.

Questi approcci consentono di ottenere stime più realistiche del rischio rispetto alla sola analisi della concentrazione totale del contaminante.

Importanza nella valutazione del rischio ambientale

L’introduzione del concetto di bioaccessibilità ha modificato le strategie di valutazione del rischio ambientale e sanitario. In passato, molte analisi si basavano sulla quantità totale di contaminanti presenti nell’ambiente; oggi si riconosce invece che solo una parte di tali sostanze è realmente disponibile per l’assorbimento biologico.

Questo approccio consente di effettuare valutazioni accurate dell’esposizione umana per progettare interventi di bonifica maggiormente mirati ed efficaci. In alcuni casi, infatti, terreni con elevate concentrazioni totali di contaminanti possono presentare una bioaccessibilità relativamente bassa, riducendo il rischio effettivo.

La bioaccessibilità ambientale rappresenta quindi uno strumento essenziale nella tossicologia moderna, nella gestione dei siti contaminati e nelle politiche di tutela della salute pubblica e dell’ambiente.

Bioaccessibilità e alimenti funzionali

Nel settore della nutrizione moderna, il concetto di bioaccessibilità riveste un ruolo centrale nello sviluppo degli alimenti funzionali, cioè prodotti alimentari progettati non solo per fornire nutrienti essenziali, ma anche per esercitare effetti benefici specifici sulla salute.

Negli ultimi anni l’interesse verso composti bioattivi naturali, nutraceutici e ingredienti funzionali è cresciuto notevolmente; tuttavia, la presenza di tali sostanze in un alimento non garantisce automaticamente la loro efficacia biologica.

Affinché un composto funzionale possa produrre effetti fisiologici positivi, deve infatti essere rilasciato dalla matrice alimentare durante la digestione e diventare disponibile per l’assorbimento intestinale.

Composti bioattivi e salute

Molti alimenti funzionali contengono polifenoli, carotenoidi, flavonoidi, fitosteroli, fibre prebiotiche, probiotici e acidi grassi omega-3, sostanze associate a effetti antiossidanti, antinfiammatori o protettivi nei confronti di numerose patologie croniche.

Tuttavia, numerosi composti bioattivi presentano una bioaccessibilità naturalmente limitata come i polifenoli che possono degradarsi durante la digestione oppure legarsi a proteine e fibre alimentari, riducendo la quota disponibile per l’assorbimento. Anche molti carotenoidi mostrano scarsa solubilità in ambiente acquoso e necessitano della presenza di lipidi per essere efficacemente incorporati nelle micelle intestinali.

Per questo motivo, la ricerca nel campo degli alimenti funzionali si concentra sempre più non solo sul contenuto di composti bioattivi, ma anche sulle strategie in grado di migliorarne la stabilità e la disponibilità biologica.

Tecnologie per aumentare la bioaccessibilità

Lo sviluppo di nuove tecnologie alimentari ha permesso di migliorare significativamente la bioaccessibilità di molte sostanze funzionali. Tecniche come microincapsulazione, nanoemulsioni, liposomi ed emulsioni multiple sono utilizzate per proteggere i composti bioattivi dalla degradazione e facilitarne il rilascio durante la digestione.

La microincapsulazione consente di racchiudere vitamine o polifenoli all’interno di matrici protettive che ne aumentano la stabilità chimica. Le nanoemulsioni migliorano la dispersione di molecole lipofile come carotenoidi e vitamine liposolubili, aumentando la superficie di contatto con i fluidi digestivi e favorendo l’assorbimento.

I processi di fermentazione possono incrementare la bioaccessibilità di alcuni nutrienti grazie all’azione enzimatica dei microrganismi, che degradano composti antinutrizionali e modificano la struttura della matrice alimentare.

Nutraceutici e alimentazione personalizzata

La bioaccessibilità è un elemento chiave anche nel settore dei nutraceutici e della nutrizione personalizzata. Integratori alimentari e formulazioni arricchite vengono oggi progettati considerando non soltanto la quantità di principio attivo, ma anche la sua reale capacità di raggiungere i siti di assorbimento.

Questo ha favorito lo sviluppo di approcci nutrizionali sempre più personalizzati, basati sulle caratteristiche metaboliche del singolo individuo.

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