Acido tranexamico
L’acido tranexamico (TXA) è un farmaco antifibrinolitico che agisce inibendo in modo competitivo l’attivazione del plasminogeno, contribuendo così alla stabilizzazione dei coaguli di fibrina. Attraverso questo meccanismo, il farmaco riduce la degradazione del coagulo ematico, favorendo il mantenimento dell’emostasi nei contesti in cui il controllo del sanguinamento è essenziale.
Grazie alla sua capacità di limitare la fibrinolisi e stabilizzare i coaguli di sangue, l’acido tranexamico è diventato uno strumento terapeutico importante sia in ambito chirurgico sia in ambito non chirurgico, dove viene utilizzato per prevenire o ridurre la perdita ematica.
Il farmaco fu sviluppato negli anni Sessanta dai ricercatori giapponesi Utako Okamoto e Shosuke Okamoto, che identificarono una molecola capace di interferire con il sistema fibrinolitico in modo efficace. Da allora l’acido tranexamico è stato ampiamente studiato e adottato nella pratica clinica per la sua capacità di ridurre il sanguinamento in numerose condizioni mediche.
Oggi il farmaco viene impiegato in diversi contesti terapeutici, tra cui interventi chirurgici, trattamento delle menorragie ed emorragie traumatiche, oltre che in altre situazioni cliniche caratterizzate da eccessiva attivazione della fibrinolisi.
Struttura chimica e proprietà
L’acido tranexamico ha formula molecolare C₈H₁₅NO₂ e corrisponde chimicamente all’acido 4-(amminometil)cicloesancarbossilico, secondo la nomenclatura IUPAC. La molecola è costituita da uno scheletro cicloesanico sostituito da un gruppo carbossilico (−COOH) e da un gruppo amminometilico (−CH₂NH₂) disposti in configurazione trans sull’anello.

La presenza simultanea di un gruppo carbossilico acido e di un gruppo amminico basico conferisce alla molecola carattere anfotero, consentendole di comportarsi sia come acido sia come base a seconda del pH dell’ambiente.
Dal punto di vista fisico, l’acido tranexamico si presenta come una polvere cristallina bianca e igroscopica. La sostanza è altamente solubile in acqua e in acido acetico glaciale, mentre risulta poco solubile nei solventi organici meno polari, come acetone ed etere etilico.
L’acido tranexamico è stato progettato come analogo strutturale della lisina. Entrambe le molecole presentano infatti gli stessi gruppi funzionali principali, un gruppo carbossilico e un gruppo amminico, e mostrano una distanza spaziale simile tra questi gruppi. Questa somiglianza strutturale permette alle due molecole di interagire con gli stessi siti di legame presenti in alcune proteine.
Nel sistema fibrinolitico, diverse proteine — in particolare il plasminogeno — riconoscono residui di lisina presenti nella fibrina. Grazie alla sua somiglianza strutturale con la lisina, l’acido tranexamico può legarsi ai siti di riconoscimento della lisina presenti nel plasminogeno, occupandoli in modo competitivo.
Questa interazione impedisce il corretto legame del plasminogeno alla fibrina e ostacola la sua conversione nella forma attiva, la plasmina, l’enzima responsabile della degradazione della fibrina. In questo modo l’acido tranexamico inibisce il processo di fibrinolisi e contribuisce alla stabilizzazione del coagulo ematico.
Sintesi dell’acido tranexamico
L’acido tranexamico può essere ottenuto mediante una sintesi multistadio a partire dal 4‑metilbenzonitrile, un composto aromatico facilmente disponibile.
Ossidazione del gruppo metilico

Nel primo stadio della sintesi, il gruppo metilico presente sull’anello aromatico è ossidato a gruppo carbossilico, trasformando il 4-metilbenzonitrile nel mononitrile dell’acido tereftalico. Questa trasformazione introduce il gruppo carbossilico necessario per ottenere la funzione carbossilica finale del farmaco.
Riduzione del gruppo nitrile
Successivamente, il gruppo nitrile (−CN) è ridotto a gruppo amminometilico (−CH₂NH₂) mediante idrogenazione catalitica in presenza di Nichel Raney. Questo passaggio porta alla formazione dell’acido 4-amminometilbenzoico, in cui l’anello aromatico è ancora presente.
Idrogenazione dell’anello aromatico
Nel passaggio successivo l’anello benzenico è idrogenato, cioè convertito in un anello di cicloesano saturo, tramite trattamento con idrogeno in presenza di un catalizzatore metallico, tipicamente platino.
Questa reazione produce una miscela di isomeri dell’acido 4-amminometilcicloesancarbossilico, dovuta alla diversa disposizione spaziale dei sostituenti sull’anello cicloesanico.
Separazione dell’isomero attivo
Tra gli isomeri ottenuti, quello farmacologicamente attivo è la forma trans, in cui i gruppi carbossilico e amminometilico sono orientati su lati opposti dell’anello cicloesanico.
L’isomero trans è isolato dalla miscela tramite cristallizzazione frazionata dei sali di sodio, sfruttando le differenti proprietà di solubilità degli isomeri. Il prodotto isolato corrisponde all’acido tranexamico utilizzato in ambito farmaceutico.
Relazione tra stereochimica e attività biologica
L’attività farmacologica dell’acido tranexamico è strettamente correlata alla stereochimica della molecola, in particolare alla disposizione spaziale dei gruppi funzionali sull’anello cicloesanico. Durante la sintesi chimica dell’acido 4-amminometilcicloesancarbossilico si ottiene infatti una miscela di isomeri cis e trans, che differiscono per l’orientazione relativa del gruppo carbossilico (−COOH) e del gruppo amminometilico (−CH₂NH₂) sull’anello cicloesanico.
Tra questi isomeri, quello farmacologicamente più attivo è la forma trans, nella quale i due gruppi funzionali si trovano su lati opposti dell’anello. Questa disposizione spaziale consente alla molecola di assumere una configurazione tridimensionale più favorevole per l’interazione con specifiche proteine del sistema fibrinolitico.
In particolare, l’orientazione dei gruppi funzionali nell’isomero trans permette di riprodurre in modo più efficace la distanza e la disposizione geometrica dei gruppi presenti nella Lisina. Nel sistema fibrinolitico, diverse proteine riconoscono infatti residui di lisina presenti nella fibrina, e tra queste riveste un ruolo centrale il plasminogeno, una glicoproteina plasmatica che rappresenta il precursore inattivo della plasmina.
Grazie alla sua somiglianza strutturale con la lisina e alla favorevole disposizione stereochimica dei gruppi funzionali, l’acido tranexamico può legarsi ai siti di riconoscimento della lisina presenti nel plasminogeno, occupandoli in modo competitivo. Questo legame ostacola l’interazione del plasminogeno con la fibrina e ne riduce la conversione nella forma attiva, la plasmina, l’enzima responsabile della degradazione della fibrina.
Di conseguenza, l’acido tranexamico inibisce la fibrinolisi e contribuisce alla stabilizzazione del coagulo ematico, spiegando così la sua efficacia come agente antifibrinolitico nel controllo delle emorragie.
Meccanismo d’azione antifibrinolitico
L’acido tranexamico esercita la propria attività farmacologica attraverso l’inibizione della fibrinolisi, il processo fisiologico responsabile della degradazione dei coaguli di fibrina. Questo effetto deriva principalmente dalla sua capacità di interferire con il sistema plasminogeno–plasmina, che regola la dissoluzione del coagulo durante le fasi finali dell’emostasi.

Nel sistema fibrinolitico, il plasminogeno è una glicoproteina plasmatica inattiva che si lega alla fibrina presente nel coagulo. Una volta localizzato sulla superficie della fibrina, il plasminogeno è convertito nella sua forma attiva, la plasmina, mediante l’azione di specifici attivatori, tra cui l’attivatore tissutale del plasminogeno (tPA) e l’urochinasi. La plasmina è una proteasi che degrada la fibrina, portando progressivamente alla dissoluzione del coagulo.
L’acido tranexamico agisce legandosi in modo competitivo ai siti di legame della lisina presenti sul plasminogeno. Poiché questi siti sono normalmente coinvolti nell’interazione del plasminogeno con i residui di lisina presenti nella fibrina, il legame dell’acido tranexamico impedisce il corretto ancoraggio del plasminogeno alla superficie del coagulo.
Di conseguenza, il plasminogeno non riesce a localizzarsi efficacemente sulla fibrina e la sua conversione in plasmina viene ridotta. La diminuzione dell’attività della plasmina comporta una riduzione della degradazione della fibrina, con conseguente stabilizzazione del coagulo ematico.
A concentrazioni più elevate, l’acido tranexamico può inoltre inibire direttamente l’attività della plasmina, contribuendo ulteriormente alla riduzione della fibrinolisi. Nel complesso, questi effetti determinano una prolungata stabilità del coagulo, spiegando l’efficacia del farmaco nel trattamento e nella prevenzione delle emorragie in diversi contesti clinici.
Applicazioni cliniche
L’Acido tranexamico è ampiamente utilizzato nella pratica medica per prevenire o ridurre il sanguinamento in diverse condizioni cliniche. La sua efficacia deriva dalla capacità di inibire la fibrinolisi e stabilizzare i coaguli di fibrina, rendendolo particolarmente utile nelle situazioni in cui la degradazione del coagulo contribuisce alla perdita ematica.
Grazie a queste proprietà, il farmaco trova applicazione in numerosi ambiti della medicina, che spaziano dalla chirurgia alla medicina d’urgenza, fino alla ginecologia e all’odontoiatria.
Chirurgia
Uno dei principali impieghi dell’acido tranexamico riguarda la prevenzione e il controllo del sanguinamento durante gli interventi chirurgici. Il farmaco è frequentemente utilizzato in diversi contesti operatori, tra cui chirurgia ortopedica (ad esempio protesi d’anca e di ginocchio) e otorinolaringoiatrica
In questi ambiti la somministrazione perioperatoria di acido tranexamico può ridurre la perdita di sangue intraoperatoria e postoperatoria, diminuendo la necessità di trasfusioni.
Emorragie traumatiche
L’acido tranexamico ha acquisito un ruolo importante anche nella gestione delle emorragie traumatiche gravi, una delle principali cause di mortalità nei pazienti con traumi maggiori. La somministrazione precoce del farmaco nei pazienti con trauma può limitare la perdita ematica e migliorare la sopravvivenza, soprattutto quando viene effettuata nelle prime ore dopo l’evento traumatico.
Ginecologia e ostetricia
In ambito ginecologico l’acido tranexamico è comunemente utilizzato nel trattamento delle menorragie, ovvero sanguinamenti mestruali eccessivi o prolungati. Il farmaco in queste situazioni contribuisce a ridurre il volume della perdita ematica durante il ciclo mestruale.
In ostetricia il farmaco può essere impiegato anche nella gestione dell’emorragia post-partum, una complicanza potenzialmente grave che può verificarsi dopo il parto. L’inibizione della fibrinolisi aiuta a stabilizzare il coagulo nei siti di sanguinamento uterino, contribuendo al controllo dell’emorragia.
Odontoiatria
È utilizzato anche in odontoiatria, in particolare nei pazienti con disturbi della coagulazione o in terapia anticoagulante. In questi casi può essere somministrato per via sistemica o sotto forma di collutori per ridurre il sanguinamento associato a procedure dentarie, come estrazioni o interventi chirurgici minori.
Altre applicazioni mediche dell’acido tranexamico
Oltre alle indicazioni principali, può essere impiegato anche in altre condizioni caratterizzate da aumentata attività fibrinolitica, tra cui epistassi ricorrente e sanguinamenti associati a interventi urologici
L’ampio spettro di applicazioni cliniche riflette il ruolo centrale della fibrinolisi nella regolazione dell’emostasi e sottolinea l’importanza dell’acido tranexamico come agente antifibrinolitico nella medicina moderna.
Ruolo dell’acido tranexamico in dermatologia
Negli ultimi anni l’acido tranexamico ha acquisito crescente interesse anche in dermatologia, dove è utilizzato nel trattamento di alcune condizioni cutanee caratterizzate da alterazioni della pigmentazione e da processi infiammatori. L’applicazione dermatologica del farmaco deriva dalla sua capacità di modulare diverse vie biochimiche coinvolte nella melanogenesi e nell’infiammazione cutanea.
Trattamento del melasma

Una delle principali indicazioni dermatologiche dell’acido tranexamico riguarda il melasma, un disturbo iperpigmentario cronico caratterizzato dalla comparsa di macchie brune irregolari, localizzate soprattutto su viso, fronte e guance. Questa condizione è frequentemente associata a esposizione solare, variazioni ormonali e predisposizione genetica.
Nel melasma, l’acido tranexamico agisce attraverso diversi meccanismi molecolari. In particolare, l’inibizione del plasminogeno riduce la formazione di plasmina nei tessuti cutanei. La plasmina è coinvolta nella liberazione di mediatori infiammatori e di fattori che stimolano i melanociti, le cellule responsabili della produzione di melanina.
Riducendo l’attività della plasmina, l’acido tranexamico può quindi limitare l’attivazione dei melanociti e la sintesi di melanina, contribuendo alla diminuzione dell’iperpigmentazione.
Modalità di utilizzo in dermatologia
In dermatologia l’acido tranexamico può essere utilizzato con diverse modalità di somministrazione:
-uso topico, sotto forma di creme o sieri contenenti basse concentrazioni del principio attivo
–somministrazione orale, utilizzata in alcuni protocolli terapeutici per il melasma resistente
–iniezioni intradermiche o microiniezioni, impiegate in trattamenti dermatologici mirati
La scelta della modalità terapeutica dipende dalla gravità della condizione, dal fototipo cutaneo e dalla risposta del paziente alle terapie precedenti.
Altre possibili applicazioni dermatologiche
Oltre al melasma, l’acido tranexamico è stato studiato anche nel trattamento di altre condizioni cutanee caratterizzate da iperpigmentazione post-infiammatoria, tra cui:
-iperpigmentazione conseguente ad acne
-discromie associate a procedure dermatologiche
-macchie pigmentarie indotte da radiazione ultravioletta
Sebbene i risultati degli studi clinici siano promettenti, sono ancora necessari ulteriori dati per definire con precisione i protocolli terapeutici ottimali e il profilo di sicurezza a lungo termine dell’acido tranexamico in ambito dermatologico.
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il 16 Marzo 2026