Perché le cipolle fanno lacrimare
Ago16

Perché le cipolle fanno lacrimare

Ad ognuno di noi è capitato di affettare le cipolle e di ritrovarsi ben presto in lacrime specie se ci si cimenta a preparare la carne alla genovese dove occorrono oltre un chilo di cipolle affettate. I consigli per evitare questo fastidio si sprecano ma di fatto il fenomeno può essere limitato e nessuno risulta realmente efficace. Nelle cipolle sono contenuti due tipi di composti: i flavonoidi che esercitano un’azione antiossidante e prevengono la formazione di radicali liberi e composti contenenti zolfo tra cui cisteine solforate. Per molto tempo si è ritenuto che la molecola responsabile della lacrimazione fosse ottenuta per l’azione dell’enzima alliina liasi appartenente alla classe delle liasi presente nelle cipolle. E’ stato solo nel 2002 che si è scoperto quale fosse l’enzima responsabile che è stato denominato fattore lacrimatorio sintetasi. Quando la cipolla viene tagliata si arreca un danno alle cellule da cui si libera l’alliina liasi che converte i composti contenenti zolfo presenti nella cipolla in acidi sulfenici. Questi ultimi possono spontaneamente essere convertiti in tiosulfinati o, grazie all’azione del fattore lacrimatorio sintetasi, si trasformano in S-ossido di (Z)-tiopropanale molecola irritante per gli occhi che ne provoca la lacrimazione. Inibendo il fattore lacrimatorio sintetasi si impedirebbe così la formazione della molecola irritante a vantaggio dei tiosulfinati che oltretutto hanno effetti benefici. Tale operazione non è semplice ed è stata provata con successo qualche anno fa sia in Australia che in Giappone tramite modificazioni genetiche. Non si può quindi escludere che nei prossimi anni possano essere messe in commercio le cipolle che non fanno lacrimare ovvero degli organismi geneticamente modificati ma anche se la ricerca deve essere sempre valorizzata e spronata sembra essere una cosa molto discutibile che eliminerebbe dalle nostre cucine quell’odore tipico delle cipolle che ci ha accompagnato per...

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Indio
Ago16

Indio

L’indio è un metallo del blocco p appartenente a Gruppo 13 e al 5° Periodo avente configurazione elettronica [Kr] 4d10 5s2 5p1. L’indio fu scoperto nel 1863 dai chimici tedeschi Ferdinand Reich e Hieronymus Theodor Richter che ricercavano tracce di tallio in un minerale contenente zinco. La caratterizzazione di questo materiale tramite metodi spettroscopici consentì di trovare, nello spettro a righe, una linea brillante di colore indaco che rivelò l’esistenza di un nuovo elemento in quanto sapevano che il tallio era caratterizzato da una linea verde. L’indio è un metallo di colore bianco argentato, duttile e tenero al punto che, come il sodio, può essere tagliato con un coltello. Ha proprietà intermedie tra il gallio e il tallio che appartengono al suo stesso gruppo e, come lo stagno, se una sbarra di indio viene piegata emette un rumore caratteristico noto come grido dello stagno a causa delle modifiche che avvengono nella struttura cristallina. L’indio ha numeri di ossidazione +3, +2, +1, -1, -2 e -5 sebbene quelli più diffusi sono +3 e +1. Esso si dissolve negli acidi ma non reagisce con l’ossigeno a temperatura ambiente. Reagisce a caldo con arsenico, antimonio, fosforo,zolfo, selenio, tellurio e con gli alogeni. I composti contenenti indio nello stato di ossidazione +3 sono elettron-deficienti pertanto agiscono da acidi di Lewis e possono formare addotti con molecole, come la piridina che presenta un doppietto elettronico solitario sull’azoto. L’ossido di indio In2O3 viene infatti abitualmente ottenuto dalla decomposizione termica dell’idrossido di indio (III) secondo la reazione: 2 In(OH)3 → In2O3 + 3 H2O L’ossido di indio si presenta come un solido amorfo di colore giallo a basse temperature mentre a temperature elevate esibisce una forma cristallina di colore rosso-bruno. L’ossido di indio reagisce a caldo con l’ammoniaca per dare il nitruro di indio secondo la reazione: In2O3 + 2 NH3 → 2 InN + 3 H2O Da soluzioni contenenti sali di indio in ambiente basico si ottiene l’idrossido di indio che precipita sotto forma di cristalli di colore bianco. L’indio reagisce con gli alogeni per dare i rispettivi alogenuri: 2 In + 3 Cl2 → 2 InCl3 Il cloruro di indio può essere ottenuto anche per reazione dell’indio con HCl 6M secondo la reazione: 2 In +6 HCl → 2 InCl3 + 3 H2 I composti in cui l’indio ha numero di ossidazione +1 sono poco comuni ; l’ossido di indio (I) viene ottenuto dalla decomposizione termica dell’ossido di indio (III) a 700°C:  In2O3 →  In2O + O2 Dopo la prima guerra mondiale si riscontrò che l’indio ha la capacità di stabilizzare leghe non-ferrose  e fu pertanto utilizzato per tali scopi. Solo successivamente  fu usato...

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